martedì 1 settembre 2020

ESCO A FARE DUE PASSI (ANZI CINQUE)

 Accendo la frontale, sono le 4.18. Sono uscito da casa, totalmente solo, a Cogne nel silenzio totale. Il cielo è un tetto di stelle. Bastoncini nelle mani, zainetto da running con quasi nulla dentro, un pò coperto perchè fa freddo.

Sto salendo verso il Sella, un velo di luce che non cancella le stelle mostra lontano il profilo delle vette a Est. Supero una coppia che sale come me nel buio, ci salutiamo.

Arrivo al Rifugio Sella che è ancora notte, la sala delle colazioni illuminata lascia vedere due persone che mangiano. Bevo alla fontana e riparto. Poco dopo spengo la frontale per il chiarore che inizia ad arrivare.

Sono poco sotto i 3000 di quota, sento abbaiare e ululare. Vedo un gregge di pecore e sul sentiero avanti i cani pastore. Sono solo, e loro sono a guardia. Non mi piace, decido di fare un giro largo per prati e ruscelli per aggirarli da lontano e non rischiare.

Sono all'ante colle del Loson, mi mancano solo pochissimi minuti con le corde che conosco a memoria, il sole illumina le rocce adesso, il sole è appena sorto e i colori sono pazzeschi. Non ho alcuna paura, arrivo sul colle a 3300 metri e scambio due parole con 4 ragazzi che stanno facendo l'Alta Via n.2 al contrario rispetto a me.

Piego i bastoni e inizio a scendere, correndo, correndo, sempre più forte. So quanto è lungo il Vallone di Levionaz ma sono euforico. Trovo camosci, stambecchi sul sentiero, una vipera, scoiattoli. Mi fermo un attimo solo all'alpeggio a spogliarmi: tolgo i guanti, la calzamaglia e il pile, resto in pantaloncini e maglietta e mi rimetto a correre.

Sono a Eaux Rousses, guardo il Garmin: ho fatto i primi 25km con 1800 metri di dislivello in 4 ore e 50 minuti. Mi rendo conto che sto andando troppo forte, ma dentro di me coltivo l'insana speranza che la fatica non arrivi. Ed inizio a salire verso i laghi Djouan.

Il colle Entrelor sembra lì a due passi, ma non arriva mai. Tira un vento secco e inizio a sentire che arranco. Ma alla fine sono di nuovo ai 3000 metri del passo, c'è una coppia non giovane e ci facciamo reciproche foto. Saluto e parto deciso per la discesa.

Pochi tornanti di sfasciume e trovo un passaggio che non conoscevo: una ventina di gradini di ferro su una paretina verticale, con una corda blu a fianco. Il vento fa girare la testa. Mi volto faccia alla roccia, afferro forte la corda con la mano libera, nell'altra i bastoni e con due dita mi tengo ai ferri, all'ultimo gradino finisce anche la corda ma sotto ci sono ancora 10 metri almeno di parete. Ho un attimo di sgomento. Ma per fortuna l'esperienza mi ha insegnato a guardarmi sempre con attenzione attorno e vedo che c'è un passaggio laterale che mi mette in sicurezza. Felice riprendo a scendere verso Rhemes Notre Dame.

Arrivo a Rhemes stanco, con anche un errore di percorso che mi ha allungato l'Alta Via di un 40 minuti. Ho fame, mi fermo e prendo una Coca e un bel toast. Sono quasi 9 ore che cammino e corro.

Inizio a salire il Col Fenetre, mi sento bene per una mezz'ora. Poi sento dura salire la stanchezza. La strada è ripidissima, in 5 Km devo fare 1300 metri di salita. L'ultima parte è davvero un muro, trovo una corda alla parete di destra in un posto non proprio tranquillo, non riesco a trovare le forze per tirarmi su. Prendo fiato un minuto e poi stringendo i denti e con molto fiatone passo e arrivo su al colle a 2850 metri.

Scendo senza poter più correre, mi fanno male le cosce e i piedi. Arrivo allo Chalet de l'Epée dopo quasi 12 ore di marcia, 51 km e 4165 metri scalati. Birra subito, doccia (calda, favolosa), cena ottima e altra birra e due genepy. Alle 20.30 sono già a nanna.

Alle 6,15, ovvero prima possibile, sto già facendo colazione da solo, gli altri pochi ospiti dormono. Alle 6.45 mentre nessuno si è ancora svegliato, già sto correndo verso Valgrisanche.

Arrivo a Planaval dopo un lungo tratto in pianura fatto di corsa, fa già caldo, inizio a salire verso il Lac de Fond.

Al lago trovo un ragazzo di 17 anni, appassionato di trail running, che mi si attacca e saliamo insieme fino alla Crosatie, a 2850 metri. Attimo di commozione prima del colle a leggere la targa in ricordo di Yang Yuan morto qua inseguendo i suoi sogni al Tor.

Saluto il ragazzo, e inizio una discesa da brividi, con un vento fortissimo e freddo. Lunghi tratti esposti con corde per tenersi, passaggi tra le rocce. Uno spettacolo.

Arrivo al bivacco Promoud, quota 2000, con 23 km nelle gambe dopo oltre 5 ore. Attacco subito la salita verso Haut Pass, ultima scalata. Ho fame, mangio diversi mirtilli che costeggiano il sentiero nella prima parte della salita.

La seconda parte è faticosa, una infinita pietraia, sono stanco ma arrivo al Passo con il morale alle stelle anche per il panorama davvero fantastico. Ed inizio la discesa verso il Rifugio Deffeyes, tanto bello quanto affollato, con molta fame. Mangio una fetta di torta e bevo una coca, sosta più breve possibile e mi tuffo verso La Thuile, cercando di correre ma con molte difficoltà per il male ai piedi e alle cosce.

Mentre entro a La Thuile, dopo 40 km e 2400 metri scalati, mando dei video messaggi a chi mi ha sostenuto in questi due giorni, Elema, Nico, Bongio, sono un pò emozionato, non credevo di poter fare un viaggio simile a piedi e da solo: 91 km e circa 6500 metri scalati. Spengo il Gamin, mi siedo in un bar in paese ordinando una birra e due toast, ed aspetto che arrivino a recuperarmi le mie figlie.



Non ho volutamente espresso le emozioni. Non posso, davvero, descriverle, sono state troppe. La solitudine, la notte, la paura del vuoto, le albe e i tramonti, i panorami pazzeschi, il vento, le labbra secche, il sole accecante, la fatica, il male ovunque, ai piedi, ai talloni, alle cosce, agli addominali, ai pollici, alla schiena. Come potrei descrivere il gusto di un toast dopo 10 ore di barrette e fatica? Come potrei dire quanto diventa terribilmente buono?

Ho deciso di seguire le tracce del 4K, il Tor de Geant al contrario, che nella sua unica edizione mi vide con Elema alla partenza mentre i miei occhi sognavano 4 anni fa. Solo un assaggio per capire, sentire, annusare. Arrivando a La Thuile mi sono detto, serissimamente detto a voce alta, da me a me, che non sono in grado di fare il Tor, che mai e poi mai potrei reggere sei giorni così e anzi anche peggio. Sono passati 4 giorni e già sto cambiando idea...

Seduto a tavola allo Chalet de l'Epée, davanti al piatto vuoto, sazio, alle 20, come un anziano in una casa di riposo, senza campo, senza letture, mentre fissavo il piatto, ho scritto per passare il tempo a Elema, come si faceva una volta. Non so se sia importante, ma era quello che sentivo:

"Credo che l'ambiente dei rifugi dovrebbe essere protetto dallo Stato. Il calore che emana questa vecchia baita stasera è qualcosa di prezioso. Ho mangiato benissimo, tantissimo, per una cifra ridicola: 45 euro cena notte e colazione. Il gestore ha i baffi bianchi lunghissimi, parla con spiccato accento francese, è cortese ed educato. Amo questa gente, spesso violentata dalla massa della gente inutile. Ma qua, in questo angolo remoto della Vallée il tempo sembra essersi fermato. Oggi è stata una giornata speciale, con sensazioni fortissime e al limite della commozione. Ho pensato alla mia Ovetta continuamente, mentre vedevo panorami senza eguali. Ho guardato a lungo il Granpa, e quel ghiacciaio che sale sopra lo Chabod dove il 10 agosto abbiamo messo i ramponi e ci siamo legati. Ricordi che valgono una vita, che terremo tra le cose preziose della nostra esistenza. Ho pensato spesso, mentre salivo sempre più stanco, a quante cose meravigliose  abbiamo fatto in cinque anni e in particolare in questo 2020 così devastato. Mi sento, con te, un eletto. Nelle discese ho pensato poco, badando più che altro a dove dovevo mettere i piedi per andare più forte che potevo. Sono state discese e salite strane. Il Loson pieno di energia sia a salire che a scendere, con il morale alle stelle e ubriaco della forza che avevo. L'Entrelor dove ho sentito salire la fatica e dove ho capito che le mie gambe finiscono dopo sei ore. Il Col Fenetre dove ho vissuto la sofferenza, quella pesante, quella che morde, in una salita tremenda, che mette paura, che non ha un attimo di respiro da quando prendi il sentiero da Rhemes. Poi la discesa per arrivare qui a questa piccola perla che è lo Chalet de l'Epée, con le gambe finite, i bastoni nelle mani per non cadere, mentre cercavo di correre per arrivare presto e non riuscivo invece quasi più a muovere le gambe. La notte sarà difficile lo so, nelle camerate fa freddo e io se si gela non riesco a dormire. Spero la fatica vinca e alla fine mi faccia crollare. Domani sarà un altro giorno, con te nella mia mente, che poi è il modo di sopportare la solitudine. Saranno meno metri di dislivello, poco più della metà dei 4140 di oggi, ma non molti km meno dei 51 odierni. Servirà capacità di soffrire e molta pazienza. Questo piccolo viaggio così carico di fatica ed emozioni da sembrare lunghissimo, è un dono che sento aver ricevuto da te. E' il raggiungimento della maturità che cercavo e che ho trovato attraverso a te, piccola meravigliosa brontolona, così caparbia e capace in ogni gesto della tua vita. Grazie per quello che hai fatto alla mia anima, mi hai reso una persona assolutamente migliore. Non vedo l'ora sia domani e io stia planando su Valgrisanche per poterti sentire. Con amore vero, tuo Uovo."


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martedì 11 agosto 2020

GRANPA


Le mani sono appoggiate alla roccia. La schiena è curva, vorrei accovacciarmi ma non posso, per cui cerco di tenermi per lo meno un pò basso. I piedi sono ancora sulla roccia precedente, i ramponi grattano sulla pietra dura e levigata dai venti. Provo uno strano misto tra paura e meraviglia, stupore. Nessun segno di panico, assolutamente, solo una sana, normalissima paura del vuoto. La corda è alla mia destra, sono ben saldo di mani e di piedi, non c'è oggettivamente nessun rischio. Il vento tira come nella norma oltre i 4000 metri, ma non fa freddo. Nonostante questo un pò di calo termico arriva, anche dovuto al sudore e alle lunga attesa per mettere in sicurezza la nostra cordata di quattro persone. Attorno a me la meraviglia da sempre sognata, inseguita, mancata per mille infiniti motivi, e paure. I ghiacci, le creste, la parete di centinaia di metri di vuoto alla mia sinistra, il vuoto della cresta che sprofonda nel mitico crepaccio terminale alla mia destra. Dietro di me la leggendaria Madonnina bianca, i 4061 metri di quota, dove poco fa io, Ele e Ricky ci siamo abbracciati per la foto più bella che per anni abbiamo immaginato. Nuvole che iniziano a cumulare alte nel cielo coprono i monti lontani, la Francia. Ma qua, il Granpa, è ancora illuminato dal sole accecante di agosto, e la luce che avvolge le varie vette del massiccio è una sensazione inspiegabile. Il vuoto assurdo attorno quasi sparisce dalla sensazione che la cima di Ceresole, la Testa di Valnontey, la Tribolazione, gli Apostoli e tutte la altre vette che da oltre cinquant'anni accompagnano i miei occhi giù a Cogne, siano vicinissime. E' un insieme assoluto, provo dentro un'emozione fortissima. Mi sale il magone, il riso, il silenzio, la battuta idiota, senza che io possa controllarne il diluvio.





Mentre vivo questa gigantesca onda emotiva, osservo Elema che, spronata da Alex, la nostra buona guida che ci ha permesso di arrivare fino in punta, inizia la cengia nel vuoto assoluto che ci porterà verso l'inizio della discesa, in parete, larga non più di una spanna, i talloni dei ramponi che non ci stanno e affondano nell'aria del nulla sotto di lei, la corda assicurata al chiodo di tenuta, i suoi passi laterali lenti, il viso che lascia vedere nette sensazioni mai provate, le mani a tenersi nelle piccole crepe della roccia innanzi al suo volto. Un pò mi viene da ridere, di quel riso che sta tra la follia e la coscienza di essere esattamente dove vorresti essere pur avendone il sacro terrore. Io ho paura, una fottuta paura del vuoto, che da sempre combatto per poter vivere il mio infinito amore per la montagna, la quota, le Alpi, le vette. Mi volto e vedo Ricky sicuro, e dietro a lui un uomo con la figlia, col caschetto da roccia, che attendono pazienti per passare. Lei ha gli occhi chiari e lo stesso sorriso nostro un pò ebete, che tutti in fondo qua abbiamo. Guardo in basso i miei piedi, per vedere che i ramponi non scivolino sulla roccia, e vedo la mia gamba sinistra che trema. "Ricky guarda. ho le gambe che fanno Giacu-Giacu come diceva mia nonna" e mi metto a ridere. Dentro in fondo non ho paura, anche se sono spaventatissimo, e il mio ginocchio ha molta più paura di me, in fondo la mia testa è più forte del mio povero e vecchio corpo, posso assolutamente farcela.

Avevo 11 anni nel 1977 quando arrivai al crepaccio terminale con mio padre, accompagnati da mio zio, suo padre e una anziana guida amica di famiglia. Allora era tutto diverso, il ghiacciaio era intatto e semplice, non devastato di crepacci e ferito come lo è oggi. Sono stati 43 anni di attesa per arrivare oltre quella enorme crepa, che oggi abbiamo attraversato su una scaletta di metallo da brividi, per coronare un sogno, di quelli veri. E sono stati due anni ad allenare la mente al vuoto, alla sopportazione di quella meravigliosa sensazione che provi mentre sali tenendoti a una corda fissa, a una catena, sali un posto che ti pare impossibile. O meglio che mi pare, mi pareva, impossibile.


Ognuno di noi ha le sue paure, i suoi limiti, i suoi sogni. Io i miei li ho finalmente passati a 54 anni. Forse Elema a 45, non so Ricky. Ma so, ne sono certo, sicuro oltre ogni sicurezza possibile, che i loro occhi tradivano una emozione pazzesca. Quella emozione che ora vorrei raccontare, che ho provato a raccontare, ma che so che mai sarò in grado di raccontare. Perchè, per immensa fortuna, solo mentre sei lì la puoi provare, entra dentro di te, si mette lì in un angolo e non se ne andrà mai più.

Lunedì 10 agosto, io, Elema, Riccardo e la guida Alex, cima del Gran Paradiso in giornata da Pont, via ghiacciaio sopra lo Chabod, 4061 metri di quota. Partiti alle ore 4, al crepaccio terminale alle 9.30, sulla vetta alle 10.15, sotto la grandine in discesa. Null'altro, ovvero tutto.


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martedì 14 luglio 2020

CHABERTON

Poso lo zainetto da running velocemente, mi infilo il pile termico, tira vento e a oltre 3100 di quota senti freddo. Nemmeno mi guardo intorno, non voglio vedere, e corro giù. Avevo un conto aperto con questa cima, da quando segnò la mia giornata più difficile e sofferta di sempre in una corsa a tappe in mtb, all'Iron 2017, e ora l'ho saldato. Ho lasciato tutti al colle, oltre 400 metri di dislivello più sotto per salirlo a tutta, anche se sono convinto che potrei metterci decisamente meno dei 31 minuti di oggi.
Corro giù e non vedo l'ora di vederla. La trovo dopo pochi tornanti, mi metto dietro e la seguo, perchè la devo, la voglio accompagnare sullo Chaberton. Non parla, insieme agli altri del gruppo, sale al ritmo del respiro pesante e dei battiti alti. Come faccio io, sempre, la miglior musica che ami ascoltare.

Parlo solo per dirle di andare sulla cima, quel grande piazzale sopra le torri del forte da cui si vede l'infinito fra le nuvole. Arriva, anzi arriviamo noi e gli altri, calpesta la neve, io mi volto a prendere il telefono per fare le foto.
Mi distraggo, poi la guardo e la vedo piangere. La abbraccio forte, lei piange e ride, era uno dei suoi sogni salire qua sopra, lo ha realizzato. Abbraccia le altre ragazze, sono così belle nella loro felicità di essere arrivate in cima, che sia la prima o la centesima volta. E' un luogo magico, unico, con un fascino profondo, al di là di una ascesa tutto sommato non difficile.







Mi sento appagato e contento, ma è la sua la felicità che conta. Non sta ferma un attimo, stiamo su a visitare i tunnel e le torri, piene della neve dell'inverno che qui si conserva tutto l'anno. Sono momenti che o li vivi o non puoi capirli. Valgono una vita intera, sono gli attimi di cui ti nutri nella noia del quotidiano, quelli che scaldano le serate grigie e buie degli inverni.

La discesa correndo, le risa e la felicità di tutti, sono il giusto epilogo a una giornata speciale. Sono stato fortunato, gli amici di questi lunghi trail, Manuel e Barbara, Riccardo e Patrizia, Stefania, hanno accettato l'invito a unirsi a noi per questa salita speciale, che Elema attendeva da così tanto tempo.
Vi abbraccio tutti, la montagna è la nostra anima.


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venerdì 3 luglio 2020

LA SETE

I battiti sul cardio sono altissimi. Salgono, salgono, leggo 174, erano anni che non vedevo un valore simile. Scaccio il pensiero di avere una fibrillazione, e che sia solamente questo sforzo immane.
I piedi affondano nella neve molle, a volte cede e mi trovo giù fino all'anca. Respiro a fatica, i 2900 metri di quota rendono la bici pesantissima.
Sono passati solo tre giorni dal lungo trail che ho fatto con Manuel, cinque ore e mezza sulle creste delle montagne valsesiane. Lui a dettare il ritmo e la corsa davanti, io a tenere duro. E la stanchezza è ancora nelle gambe, ora la sento chiara e forte.
Le nuvole basse e bianche unite al bianco della neve rendono tutto ovattato, strano, la testa gira e non poco, non è facile mantenere l'orientamento.Non vedo null'altro che bianco, eppure lo so che il colle è li davanti da qualche parte. "Lorenzo tranquillo so dove siamo, fidati". Si volta e mi guarda sorridendo, o forse sta solo nascondendo un sano odio. Ieri lo aveva detto, "guarda che danno temporali violenti in quota da mezzogiorno in poi", ma io non ne avevo voluto sapere, ormai ero partito con la mente per il viaggio.



Siamo a meno di 5 metri dalla cima, cinque stupidi metri, ma assolutamente verticali. Il muro di neve caduta questo inverno sul Pontonnet sembra insuperabile, mi volto e vedo il lunghissimo scivolo del nevaio che scende lungo il vallone di Fenis. "Se cadiamo ci fermiamo prima o poi, dai", usando un finto ottimismo.
Scavo con la punta la neve ghiacciata per formare un gradino. Poi un altro poco sopra. Ma appena tiro su la bici la neve cede e scivolo d'accapo. Lorenzo mi guarda fiducioso, sono io la guida di casa e sa che so cosa devo fare. Mi giro, faccia a valle, e uso i talloni per scavare i gradini, perchè le punta delle dita sono gelate e fanno male. Funziona, anche se fa un pò effetto guardare sotto e pensare se perdo l'equilibrio, sento che i gradini si formano. Salgo forse un metro, un metro e mezzo, mi sento sicuro afferro la bici e la lancio in cima al muretto di neve a conficcare il manubrio nella neve in modo che si ancori e non cada. Funziona. Vedo un sorriso sincero sul volto di Lorenzo.

Continuo a scavare coi talloni delle scarpe da bici e a salire. Ho i ramponcini nello zaino, ma non li ho messi subito e adesso non si riesce più. Ma salgo, caspita salgo, arrivo alla bici, la prendo su e la rilancio oltre, su dove la neve è piana e molle. Si aggrappa di nuovo, è fatta.






Ci guardiamo attorno, nessuno è mai passato in quella neve quest'anno, non si vede nemmeno un'idea di una impronta. Ridiamo, le nuvole si aprono un pò, vediamo cosa ci aspetta: una distesa infinita di nevai, tutta la discesa verso Cogne è a Nord e ancora immacolata. Ridiamo ancora. Scattiamo una paio di foto, cerchiamo di respirare il più a fondo possibile quello che vediamo. Mi seggo congelandomi e mi metto i ramponcini, voglio divertirmi a scendere.

Ci guardiamo in faccia a lungo, sappiamo senza parlare. La salita è finita, il temporale e la grandine sono passati, il freddo ha lasciato il posto alla sana soddisfazione della cima raggiunta. Capiamo subito che questa giornata rimarrà lì tra le cose da ricordare, quelle da raccontare nelle sere fredde dell'inverno. Prendiamo la bici e ci gettiamo giù scivolando e ridendo nella neve, Cogne ormai non è più un miraggio.

Pont St. Martin-Cogne via Colle Pontonnet. Tanta salita, tanta neve, tanta soddisfazione. Io e Lorenzo, a venirci incontro le nostre vite, Elena ed Ely. Giugno 2020.

Ho iniziato a placare la mia sete, ma sembra non passare mai.


BikerForEver