giovedì 31 dicembre 2020

NUMERI E CIME

Fuori fa freddo, senza mezzi termini, siamo diversi gradi sotto lo zero. In giro il deserto umano e il silenzio, le nuvole si stanno abbassando a coprire i monti. Io ed Ele siamo qua tranquilli, fra poco sarà una buona soupetta e qualche bicchiere di Muscat de Chambave.
Si chiude un anno dove siamo stati davvero fuori dai coglioni, che ci ha reso molto più poveri, ma di certo non meno duri e veri.
Dopo il primo bicchiere di vino mi viene da scrivere per non dimenticare.

Partiamo dai numeri. I miei 54 anni di vita sono stati:
267 giorni di sport
187290 metri di dislivello scalati in 662 ore a pedalare, correre e sciare
68000 scalati a piedi, 9000 sugli sci da fondo, gli altri in bici, molto spesso in gravel
6 gare, mai così poche, mai così diverse: un winter triathlon, un duathlon cross, due nello sci di fondo (una a skating una ad alternato), un trail, un ultra trail.

Per la prima volta da 30 anni in qua non ho mai corso in mountain bike nè in bici in genere. Che bello cambiare anche se si è vecchi, mi sale persino un moto di orgoglio. Sempre merdesimo ma mai banale.

Ma soprattutto questo benedetto 2020 è stato alcune cose che vanno molto al di là dei numeri. 

Io ed Elena abbiamo scalato molte cime e colli sopra i 2500 metri. A piedi scoprendo emozioni nuove ed intense. Lo Zerbion, lo Chaberton, la Becca di Nona, il Rocciamelone, il GranParadiso, i colli dell'Arietta, dell'Arolla, del Malatrà e molto altro. La gioia di arrivare in punta è stata impagabile, sempre.

Ho corso il mio primo WinterTri, ma soprattutto il mio primo ultra. Sono arrivato sulle ginocchia in preda a una crisi scandalosa, ma mi avessero detto che sarei stato capace di correre per 60 km con oltre 3000 d+ per sentieri solo un anno fa, mi sarei messo a ridere.

Abbiamo lavorato molto nella nostra piccola Ca' degli Ovi e fatto tante cose buone, dalle marmellate ai liquori, dalle ristrutturazioni ai nostri amati animali.

Ho passato molto tempo con i miei figli che crescono sempre più. O almeno a me sembra così.

Ho seppellito mia madre. Ed ora sono il più vecchio rimasto.

Direi che basta. Da domani inizia il cinquantacinquesimo, ma di fatto non cambia nulla.


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mercoledì 16 dicembre 2020

DELLA CULTURA E DELL'IGNORANZA


"Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri o acanti. Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla: le viuzze che seguono i ciglioni, discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. (...)"

Ero da poco maggiorenne quando sciorinavo a memoria I Limoni di Montale, senza battere ciglio fino alla fine di questa lunga poesia che amavo sopra ogni altra. Al liceo ero un ottimo studente, anche se in fondo studiavo abbastanza poco, e all'ora della maturità quando mi sentirono commentare pieno di entusiasmo ogni verso non ebbero dubbi di accompagnarmi al mio doveroso 60 sessantesimi.

Leggevo molta poesia, e leggevo in genere. E potevo usare la mia cultura anche per avvicinare le ragazze, che mi vedevano senza diffidenza per questa gentilezza e consapevolezza. E di certo la cosa non mi dispiaceva. Poi fu l'Università così odiata, la costruzione di un lavoro mio fuori da ogni regola e istituzione, fu lo studio della statistica applicata alla Borsa, senza mai sopire quella voglia di scrivere, di leggere, in fondo perchè no di cultura.

Sono passati 35 anni da quando decantavo davanti alla commissione la mia conoscenza di Montale o che so, Gozzano, e mi è tornato in mente oggi, mentre pedalavo solo sulle colline dietro casa, molto fango per terra, una pioggia fine, il freddo dell'inverno addosso. Mentre spingevo la mia mtb, guardavo per terra e ripetevo "Ascoltami, i poeti laureati...", e guardavo con attenzione, anche per stemperare la fatica della salita che mi diventa ogni giorno più ostica ormai, per terra. Le pietre, la traccia del trattore, l'erba, il fango, la terra. Guardavo le rive, quegli erbosi fossi che mi martellavano in testa.

Ho continuato a pedalare sempre più infangato fino a casa, come uno di quei ragazzini che giocavano, un tempo, nelle pozzanghere. Continuando a non crescere, a rifiutarmi di crescere, a cercare di non crescere. Per trovare sempre, e comunque, quel contatto continuo con la terra, con i posti che nessuno nota, le foglie marce, una rete vecchia e caduta, una pianta spoglia e secca.

Ripensando all'ennesimo covidiota che ho gentilmente mandato a stendere togliendomelo di torno oggi, rifletto forte, ora che sono a casa, alla questione della cultura. Questa persona, laureata e di fluente inglese, non si capacitava della mia laurea unita al mio complottismo. E proprio il fatto di credersi superiore per studi, professione e lingua, metteva in ridicolo la sua accusa. Che io di complottista o negazionista ho ben poco, io mi sono solamente rotto i coglioni di non guadagnare, di non poter lavorare, di essere privato della mia libertà personale (che credevo costituzionalmente garantita sopra ogni cosa) in nome di una malattia che sì esiste, ma che è pericolosa solo per chi già male sta, soprattutto se molto avanti con gli anni. E che ha messo in luce tutta la povertà e bassezza intellettuale e morale della classe politica intera non in grado di mandare avanti un Paese già di suo vicino alla marcescenza. Senza saper accettare la malattia, in nome dei "posti letto", delle "terapie intensive", senza mai saper leggere la statistica, che è lì che urla la verità senza mai essere ascoltata.

Spesso si tende a credere che la cultura, la conoscenza, avvicini le genti alla saggezza. Che mai credo è stato più lontano dalla realtà. La saggezza è arte dei poveri e dei semplici molto più che dei colti e  degli studiati. Lo so da sempre, anche se da poco l'ho messo bene bene a fuoco. Cosa c'è di più saggio del comportamento animale? Quanto mi sa insegnare una osservazione costante e attenta della vita sociale delle mie galline o delle mie oche è quanto di più vicino al mondo dei saggi possa avere. Oppure dalla coltivazione delle piante, dalla loro cura, dall'osservazione della loro crescita e sviluppo quanta saggezza si esprime? Mi chiedo, quanti in percentuale del nostro popolo hanno mai osservato con attenzione lo sguardo lineare degli animali. Mi chiedo, quanti hanno mai guardato con attenzione gli occhi di un gallo? Quanta saggezza esso sa esprimere? O ancora mi chiedo, quanti hanno mai osservato come si comporta un animale che sa che è il suo tempo di morire, nella ricerca di un luogo tranquillo, nel suo non lamentarsi, nel suo accettare con calma l'arrivo della fine?

Oggi più che di ieri, e spero sempre meno di domani, cercherò la saggezza nell'ignoranza degli erbosi fossi, e nelle pozzanghere dopo una giornata di pioggia. Il resto, la cultura, la lascio ai poeti laureati, che se ne possano riempire la bocca ed anche la troppa pancia.


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lunedì 9 novembre 2020

CA' DEGLI OVI



Mi giro nel letto nella ricerca dell'ultimo sonno mattutino. Vedo la luce che entra fioca in camera, cerco lei accanto con i piedi, nel desiderio di un pò di calore nel freddo dell'autunno inoltrato. Sento cantare i galli più volte. Suonano le campane della chiesa, conto i rintocchi per capire se siano le sette o le otto. Ho troppo sonno e non riesco a contare, vabbeh dai poi fra poco mi alzo.
Scendiamo sotto, mentre Elema prepara la colazione io esco, alzo il cappuccio della felpa nella nebbia del mattino per sentire un pò meno freddo, mi corrono incontro i gatti, apro un secchio e gli do nei loro due piatti un pò di croccantini.
Salgo su alla stalla e sento già gridare le oche. Entro nel pollaio togliendo il lucchetto che le protegge la notte dai predatori, e mentre continuano a gridare come forsennate arrivano le galline che mi salgono sui piedi. Prendo in braccio la più piccolina, Nina, sempre docile e calma, apro i secchi e inizio a mettere il mangime nelle mangiatoie con un barattolo, lei ha il diritto dell'ultima arrivata di assaggiare i semi direttamente dal barattolo, per prima. Versato il mangime tutte iniziano a mangiare disordinatamente, mentre i due galli cantano a inneggiare l'arrivo di un nuovo giorno. Esco dal pollaio mentre le più audaci mi seguono subito per andare a razzolare nel grande prato, ed osservo il mio spettacolo preferito per iniziare la giornata: le cinque oche urlando felici corrono a festeggiare la libertà ritrovata e volano a due metri da terra veloci. Avanti prima per tutta la lunghezza fin giù al cancello in fondo al piazzale, e poi tornano indietro fino alla rete che impedisce loro, senza la nostra presenza, di andare nel frutteto e al bosco, dove le volpi attendono invano.

Torno dentro, accendo pc e cellulare, guardo svogliatamente facebook e qualche altra cazzata, e mi porto in cucina a fare lentamente colazione, uguale ogni mattina non so più da quanti anni: una tazza di thè verde aromatizzato a qualche cosa, uno yogurt ricoperto di muesli, una fetta e mezza di pane tostato piena, ma proprio piena, di una delle marmellate che prepariamo tutto l'anno, e infine un biscotto, uno solo, inzuppato nel thè.

Faccio passare una mezz'ora qua seduto al pc mentre Ele guarda il suo dal divano, poi mi alzo sistemo ed esco, mentre lei da una pulita alla casa. Mi metto gli stivali e i guanti da lavoro, e vado su a pulire il pollaio e cambiare l'acqua e prendere le uova. Poi già che ci sono, siccome è autunno, prendo su pala e zappa e inizio a preparare la terra per le semine autunnali, le cipolle, l'aglio, le fave, i piselli. Poi ci sarà da sistemare le fragole, poi da concimare gli altri orti, da curare le piante da frutta perchè producano in abbondanza per le marmellate, e poi i mille lavori del freddo, dal sistemare le rive al rubare altra terra al bosco, a tirar giù piante per fare la legna che scalda le sere invernali. Ma ogni cosa al suo tempo, la fretta qua non esiste.
Rientro a casa, chiamo Ele e ci cambiamo per le due orette di bici da cross quotidiane su e giù per le colline del "nostro" Monferrato.
Al rientro le bici nella rastrelliera innanzi al gazebo del giardino, una doccia, un pranzo sempre molto simile (un primo mai abbondante, che so una zuppa, una pasta, una nostra verdura, due uova o un affettato), un attimo di relax davanti alla televisione e poi lei va a Valenza a lavorare. Io finisco i lavori al pc (sarei pur sempre un amministratore aziendale e poi altre cose), poi esco di nuovo, stivali e guanti e salgo a fare altri lavori di campagna. Mentre le pecore del vicino giocano a rincorrere le sue oche, e Ottoz o un altro gatto mi fanno compagnia, continuo a usare qualche strumento per gli infiniti lavori di manutenzione o preparazione o raccolto o altre cose che una casa di campagna ti da. 

Il sole comincia a calare, le galline sono già tutte nella stalla sui loro trespoli in attesa del buio, con un fischio chiamo le oche che subito corrono nel pollaio per la notte imminente, chiudo tutto a chiave, e pulisco giardino e scale esterne prima che arrivi qualche ospite del B&B. Entro. Accendo la grande stufa a legna circolare che riscalderà la sera, ed attendo Ele che torna dal lavoro facendo gli ultimi lavori online dal computer, o se non ho nulla da fare magari scrivo questo blog o un pezzo del nuovo libro.
Sento aprire la porta, "ciao ovetto", è arrivata, ora è tempo che si prepari la cena, lei comanda e io aiuto, un bicchiere di vino, un bicchierino di un liquore fatto da me, un pò di divano davanti alla televisione ed è già ora del sonno.

Ca' degli Ovi, il luogo lontano dal mondo che senza un attimo di indecisione, in un battito d'ali, io e lei abbiamo scelto per vivere solo tre anni fa (che sembrano lontanissimi ormai), non è un mera scelta, è un progetto. Il progetto di una vita lontano dal mondo, dalla gente, dedicata a produrci autonomamente più cibo possibile, per trasformarlo poi per le lunghe e buie giornate invernali, per riscaldarci come un tempo, per vivere senza orari e nel ritmo lento della natura. Ma anche per capire, metabolizzare, il valore del cibo di cui ci nutriamo e la fatica che c'è dietro ai frutti della terra e all'allevamento degli animali, questioni totalmente cancellate dalla facilità con cui oggi, a causa della grande distribuzione, ci si può procurare qualsiasi cosa.
Lavorare la terra ripida di questa collina è faticoso, trasformare tutto è faticoso, ma sinceramente se le forze ci sono, e finchè ci saranno, è la pace. Gli ospiti del bed and breakfast vengono, a volte si innamorano, altre volte camminano spaventati. E' la gente di città, quella che reputa oche e galline pericolose e sporche, e che confonde una cimice con uno scarafaggio. Sinceramente non ha molta importanza.

Ho ricevuto, abbiamo ricevuto, pesanti critiche per questo nostro progetto. Dal vai a lavorare al non si vive di sole galline. Di questi giudizi non me ne frega un cazzo. E non mi emoziono per chi invece loda questa scelta, non amo sbilanciarmi in nessun senso. E' la mia scelta, la nostra scelta, che ci ha portato coscientemente, consapevolmente lontano dalla gente e dal mondo, può fregarci qualcosa dei giudizi di quella stessa gente, che siano positivi o negativi? Dovremmo noi spiegare agli stolti che lavoriamo anche, sia Ele che io, ma in modo che questo progetto possa esistere ed, anche, accogliere gli ospiti che scelgono di venire da noi?
Molti lo so, anche perchè me lo dicono, non capiscono per quale motivo non vada a comprare al Supermercato quello che cerco faticosamente di produrre, ed Ele di trasformare. Non credo che serva una risposta.

Ci vuole coraggio per andarsene, per annullare aperitivi, serate, la calda sicurezza della gente intorno, della città che dovrebbe, al condizionale, proteggerti. Sì, lo so, faccio uso della vanità e della vanagloria quando dico che ci vuole coraggio. Eppure ne sono così certo. E lo sono ancora di più ogni mattina mentre guardo le nostre oche che ritrovano la libertà quotidiana volando e festeggiando il nuovo giorno. 


BikerForEver

















mercoledì 14 ottobre 2020

DELLA PAURA E DELLA MORTE

Lo diceva spesso, mio padre. Lui era un uomo per bene, il Ragionier Bocca, una posizione rispettabile, quando eravamo insieme le persone, in banca, dal commercialista, in giro, Buongiorno Ragioniere, Buonasera Ragioniere.

Portava in settimana sempre giacca e cravatta, spezzato, il loden in inverno. Nel weekend un giubbotto di renna, una camicia a quadri o una polo, sempre elegante, mai la barba sfatta, i capelli biondi pettinati all'indietro con piccole onde, mai fuori ordine. Gli occhi chiari, tra il grigio e l'azzurro, tradivano raramente l'emozione. Convinto liberale, risparmiatore e cassettista in Borsa, ordinato, molto severo, la massima concessione all'affetto la ricerca della mano di mia madre, raramente la mia, nella malattia peggiore. 

Quando andavo a trovarlo e poi me ne andavo, da adulto mi salutava dicendomi arrivederci. A tavola non diceva una parola, mai, e di norma parlava poco, veramente molto poco.

Amava la montagna profondamente, il buon cibo accompagnato da vino costoso, la sera negli anni prima di andare in pensione, a volte fumava la pipa con tabacchi ricercati. 

Me lo diceva spesso, dopo i quarant'anni. Fabi, così mi chiamava, non voglio diventare vecchio. Oh no, proprio non voglio. Se c'è una cosa che mi fa paura è essere vecchio ed infermo, mettere il pannolone, che schifo, no, non voglio invecchiare.

Andò in pensione e poco dopo si ammalò di cancro, dieci anni di operazioni, mutilazioni, sofferenza, alla fine una stomia oltre al volto devastato da una cicatrice che non posso descrivere, eppure continuava a non invecchiare. Gli stessi abiti, la montagna a piedi ancora, l'auto guidata forte e veloce come sempre, lui che per venti anni era stato pilota di rally. E' morto in 24 ore, dopo ancora avermi dato un passaggio a Novara la mattina, per un infarto intestinale che se lo è portato via a 75 anni.

Non è diventato vecchio, è restato qui fin che ha avuto una vita vera come doveva essere per lui. Quando a 65 gli dissero che aveva un cancro con poche speranze ebbe paura, molta paura. Ma non smise di vivere un attimo, affrontò mesi di massacri ospedalieri senza mollare, anche se l'ho visto piangere molte volte. Oggi, che sono passati otto anni, pensandoci posso dire che era un uomo che aveva coraggio. Sì, ecco, penso sia stato un uomo con molto coraggio, che mai prescinde dalla paura.

Io, che sono il suo unico figlio, e direi l'unico della stirpe ancora in vita, figli a parte, come lui non voglio diventare vecchio. Non mi interessa vivere al di fuori delle mie cose, anche se in molta parte così diverse dalle sue, la penso esattamente come lui. E anche se ho le mie paure, le mie giuste paure, credo, anzi no, spero, di aver ereditato da lui la cosa più preziosa, il coraggio. Che, mai stancarsi di ripeterlo, che il mondo è pieno di stolti, mai prescinde dalla paura.

Sono stato in Africa molte volte, ho mangiato e bevuto e dormito in posti senza alcuna igiene, ma che mi riempivano il cuore. C'erano la malaria, la febbre gialla, il tifo e altro.

Sono stato in Centro America e ho dormito e mangiato e bevuto ovunque. Ho preso una febbre di origine tifica, sono stato decisamente male, appena passata ho ripreso a fare le stesse cose.

Da ragazzo al mare lavavo la frutta in mare. Mai pensato di poter stare male. Ho pisciato in cessi luridi in molte parti del mondo.

Vado in montagna da sempre, mi alleno da sempre per sfidare la mia tremenda paura del vuoto. So che non arriverò mai dove vorrei, ma persevero nel migliorare ogni giorno. Mangio seduto in terra, con le mani sporche, sudato, senza essermi mai preoccupato.

Ho avuto giorni duri, molto duri, in ospedale, e ho avuto paura, molta paura. Non ho mai smesso un attimo di lottare per tornare come ero, e ora che lo sono ne vado anche vagamente orgoglioso.

Vivo in campagna, lavoro la terra e pulisco ogni giorno la merda dal pollaio e non solo, curo i miei animali, li abbraccio, li sfamo, senza aver alcuna paura di potermi ammalare.

In inverno faccio da quando ho sei, dico sei anni, sport al freddo. Mi sono ammalato, sono stato male, ma non ho ancora smesso di farlo. Se avrò le forze, andrò ancora avanti assai.

Ho curato mia madre fino all'ultimo, passando non so più quanto tempo in qualsiasi reparto di ospedale, da malattie infettive a cardiologia. Non ho mai avuto paura di ammalarmi, avevo lei a cui pensare.

Condivido la mia vita e le mie cose con Elema, e mai ho frenato le nostre passioni pensando alle paure. Uso la ragione, la sola mera ragione, per sapere, e capire, cosa posso fare e cosa non posso fare, cercando di allargare la sfera del fare ogni volta un pochino di più.

Sono libero, no meglio urlarlo, L I B E R O, e tengo alla mia libertà più della mia stessa vita. Non baratterei la mia libertà con nulla, e lotto per questa in Tribunale da anni. Perchè senza libertà non mi interessa vivere. E ho scritto davanti ai miei occhi, per leggerlo ogni giorno, che la libertà è una forma di disciplina, come chi più colto di me ha a suo tempo scritto. Perchè ho fatto della disciplina una ragione di vita, che mi permette di saper badare a me stesso, come essere vivente e libero.

Anche se amo stare con Elema, ho imparato a stare da solo, a sentire me stesso e a organizzare le mie paure. Perchè so che saper stare da solo è parte della mia libertà, anche se sto sempre con lei.

Sono un rompicoglioni, sono noioso, parlo troppo, scrivo forse troppo. Rispetto le regole, ma mi arrangio quando devo farlo, come posso. Restando libero grazie alla mia disciplina non entro nella sfera personale degli altri, mi basta la natura, la montagna, la campagna. Non mi allineo.

Quindi non ho paura del Covid o di qualsiasi altra malattia, o meglio, non vendo la mia libertà, la mia vita, alla paura, ma anzi come sempre la gestisco con la ragione. Reputo una pagliacciata l'uso della mascherina, perchè tanto il virus passa lo stesso. Non uso i gel, non mi disinfetto, se mi va mi tocco gli occhi o il naso, continuo a fare le cose di sempre. Rispetto le regole perchè sono disciplinato, ma mi permetto di non essere d'accordo e di dire che è una pagliacciata. O meglio un affare pazzesco a livello mondiale. Ma voglio, esigo, pretendo la mia Libertà, perchè quella è sacra e non si tocca. E quando me la toccano divento cattivo e comincio a non essere più così ligio alle regole. Se prenderò il Covid mi curerò, come se avessi qualsiasi altro malanno, come sempre ho potuto prendere. Se dovrò morire avrò paura, come è giusto che sia, ma non venderò la mia libertà alla paura, come tutti questi conigli stanno facendo. Perchè per la libertà si può anche morire, e dignitosamente.

Infine, siccome me ne fotto dei virus e di quello che potrebbe capitarmi, mi mantengo il coraggio di dire che non ho alcun desiderio di diventare vecchio. Poi se dovrà capitare, avrò il coraggio di affrontare anche questa sventura. Quel coraggio che mi è mancato per 46 anni di dire a mio padre che aveva ragione, ma che oggi in attesa dei 55 mi va di dirlo e di scriverlo. 

Avevi ragione tu, quelle poche volte che parlavi.


BikerForEver







martedì 1 settembre 2020

ESCO A FARE DUE PASSI (ANZI CINQUE)

 Accendo la frontale, sono le 4.18. Sono uscito da casa, totalmente solo, a Cogne nel silenzio totale. Il cielo è un tetto di stelle. Bastoncini nelle mani, zainetto da running con quasi nulla dentro, un pò coperto perchè fa freddo.

Sto salendo verso il Sella, un velo di luce che non cancella le stelle mostra lontano il profilo delle vette a Est. Supero una coppia che sale come me nel buio, ci salutiamo.

Arrivo al Rifugio Sella che è ancora notte, la sala delle colazioni illuminata lascia vedere due persone che mangiano. Bevo alla fontana e riparto. Poco dopo spengo la frontale per il chiarore che inizia ad arrivare.

Sono poco sotto i 3000 di quota, sento abbaiare e ululare. Vedo un gregge di pecore e sul sentiero avanti i cani pastore. Sono solo, e loro sono a guardia. Non mi piace, decido di fare un giro largo per prati e ruscelli per aggirarli da lontano e non rischiare.

Sono all'ante colle del Loson, mi mancano solo pochissimi minuti con le corde che conosco a memoria, il sole illumina le rocce adesso, il sole è appena sorto e i colori sono pazzeschi. Non ho alcuna paura, arrivo sul colle a 3300 metri e scambio due parole con 4 ragazzi che stanno facendo l'Alta Via n.2 al contrario rispetto a me.

Piego i bastoni e inizio a scendere, correndo, correndo, sempre più forte. So quanto è lungo il Vallone di Levionaz ma sono euforico. Trovo camosci, stambecchi sul sentiero, una vipera, scoiattoli. Mi fermo un attimo solo all'alpeggio a spogliarmi: tolgo i guanti, la calzamaglia e il pile, resto in pantaloncini e maglietta e mi rimetto a correre.

Sono a Eaux Rousses, guardo il Garmin: ho fatto i primi 25km con 1800 metri di dislivello in 4 ore e 50 minuti. Mi rendo conto che sto andando troppo forte, ma dentro di me coltivo l'insana speranza che la fatica non arrivi. Ed inizio a salire verso i laghi Djouan.

Il colle Entrelor sembra lì a due passi, ma non arriva mai. Tira un vento secco e inizio a sentire che arranco. Ma alla fine sono di nuovo ai 3000 metri del passo, c'è una coppia non giovane e ci facciamo reciproche foto. Saluto e parto deciso per la discesa.

Pochi tornanti di sfasciume e trovo un passaggio che non conoscevo: una ventina di gradini di ferro su una paretina verticale, con una corda blu a fianco. Il vento fa girare la testa. Mi volto faccia alla roccia, afferro forte la corda con la mano libera, nell'altra i bastoni e con due dita mi tengo ai ferri, all'ultimo gradino finisce anche la corda ma sotto ci sono ancora 10 metri almeno di parete. Ho un attimo di sgomento. Ma per fortuna l'esperienza mi ha insegnato a guardarmi sempre con attenzione attorno e vedo che c'è un passaggio laterale che mi mette in sicurezza. Felice riprendo a scendere verso Rhemes Notre Dame.

Arrivo a Rhemes stanco, con anche un errore di percorso che mi ha allungato l'Alta Via di un 40 minuti. Ho fame, mi fermo e prendo una Coca e un bel toast. Sono quasi 9 ore che cammino e corro.

Inizio a salire il Col Fenetre, mi sento bene per una mezz'ora. Poi sento dura salire la stanchezza. La strada è ripidissima, in 5 Km devo fare 1300 metri di salita. L'ultima parte è davvero un muro, trovo una corda alla parete di destra in un posto non proprio tranquillo, non riesco a trovare le forze per tirarmi su. Prendo fiato un minuto e poi stringendo i denti e con molto fiatone passo e arrivo su al colle a 2850 metri.

Scendo senza poter più correre, mi fanno male le cosce e i piedi. Arrivo allo Chalet de l'Epée dopo quasi 12 ore di marcia, 51 km e 4165 metri scalati. Birra subito, doccia (calda, favolosa), cena ottima e altra birra e due genepy. Alle 20.30 sono già a nanna.

Alle 6,15, ovvero prima possibile, sto già facendo colazione da solo, gli altri pochi ospiti dormono. Alle 6.45 mentre nessuno si è ancora svegliato, già sto correndo verso Valgrisanche.

Arrivo a Planaval dopo un lungo tratto in pianura fatto di corsa, fa già caldo, inizio a salire verso il Lac de Fond.

Al lago trovo un ragazzo di 17 anni, appassionato di trail running, che mi si attacca e saliamo insieme fino alla Crosatie, a 2850 metri. Attimo di commozione prima del colle a leggere la targa in ricordo di Yang Yuan morto qua inseguendo i suoi sogni al Tor.

Saluto il ragazzo, e inizio una discesa da brividi, con un vento fortissimo e freddo. Lunghi tratti esposti con corde per tenersi, passaggi tra le rocce. Uno spettacolo.

Arrivo al bivacco Promoud, quota 2000, con 23 km nelle gambe dopo oltre 5 ore. Attacco subito la salita verso Haut Pass, ultima scalata. Ho fame, mangio diversi mirtilli che costeggiano il sentiero nella prima parte della salita.

La seconda parte è faticosa, una infinita pietraia, sono stanco ma arrivo al Passo con il morale alle stelle anche per il panorama davvero fantastico. Ed inizio la discesa verso il Rifugio Deffeyes, tanto bello quanto affollato, con molta fame. Mangio una fetta di torta e bevo una coca, sosta più breve possibile e mi tuffo verso La Thuile, cercando di correre ma con molte difficoltà per il male ai piedi e alle cosce.

Mentre entro a La Thuile, dopo 40 km e 2400 metri scalati, mando dei video messaggi a chi mi ha sostenuto in questi due giorni, Elema, Nico, Bongio, sono un pò emozionato, non credevo di poter fare un viaggio simile a piedi e da solo: 91 km e circa 6500 metri scalati. Spengo il Gamin, mi siedo in un bar in paese ordinando una birra e due toast, ed aspetto che arrivino a recuperarmi le mie figlie.



Non ho volutamente espresso le emozioni. Non posso, davvero, descriverle, sono state troppe. La solitudine, la notte, la paura del vuoto, le albe e i tramonti, i panorami pazzeschi, il vento, le labbra secche, il sole accecante, la fatica, il male ovunque, ai piedi, ai talloni, alle cosce, agli addominali, ai pollici, alla schiena. Come potrei descrivere il gusto di un toast dopo 10 ore di barrette e fatica? Come potrei dire quanto diventa terribilmente buono?

Ho deciso di seguire le tracce del 4K, il Tor de Geant al contrario, che nella sua unica edizione mi vide con Elema alla partenza mentre i miei occhi sognavano 4 anni fa. Solo un assaggio per capire, sentire, annusare. Arrivando a La Thuile mi sono detto, serissimamente detto a voce alta, da me a me, che non sono in grado di fare il Tor, che mai e poi mai potrei reggere sei giorni così e anzi anche peggio. Sono passati 4 giorni e già sto cambiando idea...

Seduto a tavola allo Chalet de l'Epée, davanti al piatto vuoto, sazio, alle 20, come un anziano in una casa di riposo, senza campo, senza letture, mentre fissavo il piatto, ho scritto per passare il tempo a Elema, come si faceva una volta. Non so se sia importante, ma era quello che sentivo:

"Credo che l'ambiente dei rifugi dovrebbe essere protetto dallo Stato. Il calore che emana questa vecchia baita stasera è qualcosa di prezioso. Ho mangiato benissimo, tantissimo, per una cifra ridicola: 45 euro cena notte e colazione. Il gestore ha i baffi bianchi lunghissimi, parla con spiccato accento francese, è cortese ed educato. Amo questa gente, spesso violentata dalla massa della gente inutile. Ma qua, in questo angolo remoto della Vallée il tempo sembra essersi fermato. Oggi è stata una giornata speciale, con sensazioni fortissime e al limite della commozione. Ho pensato alla mia Ovetta continuamente, mentre vedevo panorami senza eguali. Ho guardato a lungo il Granpa, e quel ghiacciaio che sale sopra lo Chabod dove il 10 agosto abbiamo messo i ramponi e ci siamo legati. Ricordi che valgono una vita, che terremo tra le cose preziose della nostra esistenza. Ho pensato spesso, mentre salivo sempre più stanco, a quante cose meravigliose  abbiamo fatto in cinque anni e in particolare in questo 2020 così devastato. Mi sento, con te, un eletto. Nelle discese ho pensato poco, badando più che altro a dove dovevo mettere i piedi per andare più forte che potevo. Sono state discese e salite strane. Il Loson pieno di energia sia a salire che a scendere, con il morale alle stelle e ubriaco della forza che avevo. L'Entrelor dove ho sentito salire la fatica e dove ho capito che le mie gambe finiscono dopo sei ore. Il Col Fenetre dove ho vissuto la sofferenza, quella pesante, quella che morde, in una salita tremenda, che mette paura, che non ha un attimo di respiro da quando prendi il sentiero da Rhemes. Poi la discesa per arrivare qui a questa piccola perla che è lo Chalet de l'Epée, con le gambe finite, i bastoni nelle mani per non cadere, mentre cercavo di correre per arrivare presto e non riuscivo invece quasi più a muovere le gambe. La notte sarà difficile lo so, nelle camerate fa freddo e io se si gela non riesco a dormire. Spero la fatica vinca e alla fine mi faccia crollare. Domani sarà un altro giorno, con te nella mia mente, che poi è il modo di sopportare la solitudine. Saranno meno metri di dislivello, poco più della metà dei 4140 di oggi, ma non molti km meno dei 51 odierni. Servirà capacità di soffrire e molta pazienza. Questo piccolo viaggio così carico di fatica ed emozioni da sembrare lunghissimo, è un dono che sento aver ricevuto da te. E' il raggiungimento della maturità che cercavo e che ho trovato attraverso a te, piccola meravigliosa brontolona, così caparbia e capace in ogni gesto della tua vita. Grazie per quello che hai fatto alla mia anima, mi hai reso una persona assolutamente migliore. Non vedo l'ora sia domani e io stia planando su Valgrisanche per poterti sentire. Con amore vero, tuo Uovo."


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martedì 11 agosto 2020

GRANPA


Le mani sono appoggiate alla roccia. La schiena è curva, vorrei accovacciarmi ma non posso, per cui cerco di tenermi per lo meno un pò basso. I piedi sono ancora sulla roccia precedente, i ramponi grattano sulla pietra dura e levigata dai venti. Provo uno strano misto tra paura e meraviglia, stupore. Nessun segno di panico, assolutamente, solo una sana, normalissima paura del vuoto. La corda è alla mia destra, sono ben saldo di mani e di piedi, non c'è oggettivamente nessun rischio. Il vento tira come nella norma oltre i 4000 metri, ma non fa freddo. Nonostante questo un pò di calo termico arriva, anche dovuto al sudore e alle lunga attesa per mettere in sicurezza la nostra cordata di quattro persone. Attorno a me la meraviglia da sempre sognata, inseguita, mancata per mille infiniti motivi, e paure. I ghiacci, le creste, la parete di centinaia di metri di vuoto alla mia sinistra, il vuoto della cresta che sprofonda nel mitico crepaccio terminale alla mia destra. Dietro di me la leggendaria Madonnina bianca, i 4061 metri di quota, dove poco fa io, Ele e Ricky ci siamo abbracciati per la foto più bella che per anni abbiamo immaginato. Nuvole che iniziano a cumulare alte nel cielo coprono i monti lontani, la Francia. Ma qua, il Granpa, è ancora illuminato dal sole accecante di agosto, e la luce che avvolge le varie vette del massiccio è una sensazione inspiegabile. Il vuoto assurdo attorno quasi sparisce dalla sensazione che la cima di Ceresole, la Testa di Valnontey, la Tribolazione, gli Apostoli e tutte la altre vette che da oltre cinquant'anni accompagnano i miei occhi giù a Cogne, siano vicinissime. E' un insieme assoluto, provo dentro un'emozione fortissima. Mi sale il magone, il riso, il silenzio, la battuta idiota, senza che io possa controllarne il diluvio.





Mentre vivo questa gigantesca onda emotiva, osservo Elema che, spronata da Alex, la nostra buona guida che ci ha permesso di arrivare fino in punta, inizia la cengia nel vuoto assoluto che ci porterà verso l'inizio della discesa, in parete, larga non più di una spanna, i talloni dei ramponi che non ci stanno e affondano nell'aria del nulla sotto di lei, la corda assicurata al chiodo di tenuta, i suoi passi laterali lenti, il viso che lascia vedere nette sensazioni mai provate, le mani a tenersi nelle piccole crepe della roccia innanzi al suo volto. Un pò mi viene da ridere, di quel riso che sta tra la follia e la coscienza di essere esattamente dove vorresti essere pur avendone il sacro terrore. Io ho paura, una fottuta paura del vuoto, che da sempre combatto per poter vivere il mio infinito amore per la montagna, la quota, le Alpi, le vette. Mi volto e vedo Ricky sicuro, e dietro a lui un uomo con la figlia, col caschetto da roccia, che attendono pazienti per passare. Lei ha gli occhi chiari e lo stesso sorriso nostro un pò ebete, che tutti in fondo qua abbiamo. Guardo in basso i miei piedi, per vedere che i ramponi non scivolino sulla roccia, e vedo la mia gamba sinistra che trema. "Ricky guarda. ho le gambe che fanno Giacu-Giacu come diceva mia nonna" e mi metto a ridere. Dentro in fondo non ho paura, anche se sono spaventatissimo, e il mio ginocchio ha molta più paura di me, in fondo la mia testa è più forte del mio povero e vecchio corpo, posso assolutamente farcela.

Avevo 11 anni nel 1977 quando arrivai al crepaccio terminale con mio padre, accompagnati da mio zio, suo padre e una anziana guida amica di famiglia. Allora era tutto diverso, il ghiacciaio era intatto e semplice, non devastato di crepacci e ferito come lo è oggi. Sono stati 43 anni di attesa per arrivare oltre quella enorme crepa, che oggi abbiamo attraversato su una scaletta di metallo da brividi, per coronare un sogno, di quelli veri. E sono stati due anni ad allenare la mente al vuoto, alla sopportazione di quella meravigliosa sensazione che provi mentre sali tenendoti a una corda fissa, a una catena, sali un posto che ti pare impossibile. O meglio che mi pare, mi pareva, impossibile.


Ognuno di noi ha le sue paure, i suoi limiti, i suoi sogni. Io i miei li ho finalmente passati a 54 anni. Forse Elema a 45, non so Ricky. Ma so, ne sono certo, sicuro oltre ogni sicurezza possibile, che i loro occhi tradivano una emozione pazzesca. Quella emozione che ora vorrei raccontare, che ho provato a raccontare, ma che so che mai sarò in grado di raccontare. Perchè, per immensa fortuna, solo mentre sei lì la puoi provare, entra dentro di te, si mette lì in un angolo e non se ne andrà mai più.

Lunedì 10 agosto, io, Elema, Riccardo e la guida Alex, cima del Gran Paradiso in giornata da Pont, via ghiacciaio sopra lo Chabod, 4061 metri di quota. Partiti alle ore 4, al crepaccio terminale alle 9.30, sulla vetta alle 10.15, sotto la grandine in discesa. Null'altro, ovvero tutto.


BikerForEver