martedì 21 aprile 2020

BIKERFOREVER

Apro il pacco appena arrivato da Michele, primo editore, e osservo la copertina lucida verde, il bordo giallo, i grandi caratteri del titolo. Il mio nome la sopra. Lo faccio sfogliare fra le mani, per sentirne il rumore, e soprattutto l'odore. Ho trentasei anni, e mi sento appagato. Penso adesso in qualche modo il mondo forse si ricorderà in un minuscolo angolo di me.

Ho quarantanove anni quando su ai Cappuccini a Torino facciamo le foto con Marco per la copertina del quinto, da me trascinato in questa storia dello scrivere e pubblicare. Ho cercato di lasciare a lui le parti tecniche per tenermi il racconto. E' il mio fine, il mio desiderio di arrivo. Quella foto che poi finisce sulla copertina di un libro a mio avviso bellissimo e gestito come peggio si poteva dall'editore nella sua poca, pochissima distribuzione, la trovo da subito vera e giusta.

Adesso ne ho cinquantaquattro. Anzi mi mancano meno di tre settimane, ma io uso invecchiarmi ogni Capodanno, da sempre. Fuori piove, finalmente, per cui sono chiuso in casa come di rado avviene. Metto in ordine, sistemo cose, e mi torna in mente di quanto ho amato scrivere in questi anni. Che agli altri piaccia, che altri leggano, è del tutto irrilevante. Non voglio nè cerco consenso, nè amo la gente. Mi vanto della mia antipatia e asocialità, e qui oggi ce ne sarebbero da scrivere di cose. Che poi sono dette e ridette e diventano banali, per cui meglio non farlo.
Esce fuori il libro scritto per anni e terminato qui nella nostra casa di campagna, ormai forse un anno fa. Lì in una busta, un solo lettore, lei, mai la ricerca di uno che lo pubblichi, mai la proposta a qualcuno. E' mio, forse gelosamente mio. E magari piace solo a me, che ne so cosa vogliono leggere gli altri, pochi, che leggono.

Magari un giorno lo metto sul web, magari un giorno lo brucio, magari crepo e rimane lì pieno di polvere. Magari un giorno muovo il culo e vado proporlo. No, so già che tanto non lo faccio.

Capitolo 4: ""...omissis...Continuo a chiedere morfina tutta la notte, sono solo e piango.
Sono tre giorni che mi hanno operato, che sono rinato. Conosco la mia fisioterapista, finalmente. “Dai mettiti seduto”. La guardo pensando che è scema. “Non ci penso neanche”. “Sono tre giorni che ti hanno operato e non ti sei ancora alzato, quando pensi di farlo?” Non resisto “Ma sei scema o cosa?” Sono SOLO tre giorni”.
Mi tira su, mi gira e accompagna le mie gambe giù dal letto. Le accompagna delicatamente piegandomi le ginocchia lentamente, ho solo smorfie di dolore e dico solo “Piano, fai piano!”. Ormai il mio mondo era sdraiato, seduto tutto appare diverso, strano, mi sento in altissimo, ho le vertigini, mi viene da vomitare, svengo. Credo lei mi prenda al volo, mi risveglio che sono nuovamente sdraiato. Tra me e me penso, ma cosa pretende questa qua da uno con un femore a pezzi, pieno di morfina, con una emorragia interna che quasi lo ha ucciso? La odio.
“Ciao oggi facciamo due passi”. Un incubo, la mia fisioterapista è un incubo. Mi danno due stampelle appena mi alzo svengo, di nuovo mi risveglio sdraiato nel letto.
Luigi mi tiene compagnia, va e viene dal balcone dove fuma in continuazione, anche sua moglie mi parla, ma mi sento solo. Ho sempre in mente un verso di De André: quando si muore, si muore soli.
La mancanza di sonno continuo è durissima, le notti non passano, mai e poi mai.
“Dai, oggi facciamo un giro per il reparto”. Ormai sono rassegnato alle sue torture. Mi mettono su una sedia a rotelle, la gamba tesa ed orizzontale, seduto ho già il vomito che mi sale. Mi spingono in corridoio. “Dai alzati e va”. Mi alzo, le braccia tremano, tutto gira, sposto avanti una stampella cerco di fare un piccolo passo, svengo. Mi risveglio questa volta sulla sedia a rotelle. “Dai ci riproviamo ancora, su alzati e vai”. Accanto ho due ragazzi muscolati pronti a prendermi. Due passi e svengo. Svengo cinque volte e cinque volte mi fa ricominciare. La odio profondamente.
Molte telefonate, molte firme, ma alla fine una casa di cura vicino a casa mi ha preso. Trenta minuti di distanza, e ne parlano anche bene. I barellieri staccano i freni del letto, e partiamo. Guardo tutto, ogni dettaglio, ogni piccola cosa: il tavolino al mio fianco, il tavolo spoglio, la seggiolina in ferro. La piccola TV lcd, le mie poche cose. Guardo i muri, le pareti, il soffitto: nulla deve essere dimenticato, nulla e per sempre. Ogni minuto, ogni insignificante gesto non va dimenticato, ogni lacrima versata, ogni urlo, ogni parola. Gli occhi degli infermieri e delle infermiere, l’accento ligure, le parole di Luigi che già è tornato a casa, nulla, che io trovi la forza di non dimenticare.
Usciamo dalla porta scorrevole del Pronto Soccorso, c’è il sole e fa caldo: vedo l’azzurro del cielo e il verde di un grande pino marittimo sopra di me. Sento l’odore e il sapore dell’aria, sento i rumori della vita, le persone, le auto, gli uccelli sopra, il mondo.
Stringo forte il braccio della barelliera, e lei capisce. Si ferma un istante prima di chiudermi in ambulanza, mentre piango a singhiozzi.""


BikerForEver






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