lunedì 2 luglio 2018

L'ITALIANO MEDIO

Entro a Sestriere che sono passate sei ore e mezza e oltre. Non mi rendo assolutamente conto se sia un buon tempo o meno, e sinceramente nemmeno mi pongo la domanda. Ho fatto più forte che potevo la folle discesa dal Fraiteve e il bellissimo sentiero Bordin, ho arrancato sulla ultima, inattesa salita e mi sono tuffato sul paese e il traguardo per staccare l'avversario degli ultimi chilometri.

Passo sotto il traguardo dei miei primi Campionati Italiani Marathon, corsi da novizio alla veneranda età di 52 anni, e ho il sorriso stampato in faccia. Cerco Elema, non la trovo, vedo Ely che mi dice che sta arrivando. Sono esausto, stremato, ma felice. Non ho avuto crampi, sono riuscito a correre quasi 100 km in quota con 3000 metri di dislivello, sotto un sole che ti distruggeva, come volevo. Qualche crisi ben gestita, soprattutto di sete per i troppo pochi ristori, tante battaglie vinte e perse per posizioni che a nessuno importa, Ele sul colle dell'Assietta che mi aspettava, mi passava la borraccia piena  soprattutto del morale sazio, stracolmo, pieno per usare ogni mia energia per gli ultimi 40 chilometri.

La abbraccio, mi siedo con lei nell'erba, sono appagato. Queste montagne che mi hanno segnato a fondo un anno fa durante l'Iron Bike, le ultime due terribili tappe dell'Iron, lo Chaberton la sopra a dominare ogni paura, tutto mi torna e mi sento bene. 
Ho corso due domeniche sulle montagne dell'anno scorso, la Via del Sale del giorno della partenza a Limone, e l'Assietta Legend dei giorni dell'arrivo a Sestriere. Una sorta di percorso catartico, il ritorno sfiorando le emozioni passate, il ricordo senza attraversarne la sofferenza estrema.

Più tardi, davanti a una birra e un cheeseburger, in piazza, leggendo le classifiche con Ele, torno con i piedi nelle mie scarpe della mediocrità. Come sempre, in particolare quest'anno, sono andato piano, ventisettesimo M5 su 65 arrivati, un pò come a Limone o a Vinadio, dove la classifica migliore è frutto solamente dei minori partenti. E inizia la giostra dei però, però dai si sono ritirati in tantissimi, però dai non sei andato male, però dai non avevi alcuna preparazione specifica per una marathon durissima di questo livello e anche stavolta ne sei venuto a capo, e così via.

Vado piano, fatico ormai ad entrare nella prima metà dei partecipanti, non ho forza nelle gambe e nessuna voglia di andare oltre come in gara si dovrebbe fare, eppure mi sono divertito. Ho corso per sei domeniche di fila in gravel, xc, granfondo e marathon, e non me ne pento proprio. Non sono un fenomeno, men che meno un campione, ma ammettiamolo dai, lo sono forse gli altri? No, quelli forti non sono tra gli amatori, quindi chi se ne frega. A modo mio, assolutamente solo per me, in fondo ho vinto quello che volevo.
Ho provato emozioni, ho passato bellissime giornate con la persona che mi sta accanto con amore e che a volte corre con me, altre mi fa le foto, ho chiuso un circuito, il Marathon Bike Cup, dove nessuno si è accorto di me (uno schifo di maglia finisher in nome di tutto il sudore versato era troppo vero?), ho continuato a usare tutto me stesso, per quel poco che è, ma senza smettere un attimo di farlo.

Biker, sempre, BikerForEver.







lunedì 18 giugno 2018

DAVANTI IN MEZZO E DIETRO

Continuo a correre, ogni domenica, a volte Elema corre anche lei, a volte mi tiene solo compagnia e fa qualche foto. E' il momento migliore per la mtb, man mano che il caldo aumenta si corre in montagna e più in alto, e questo momento non dura molto.
Sono sempre lì in mezzo, tanti davanti qualcuno dietro. Lei sempre abbastanza davanti, a volte anche molto.

Sto imparando a gestire i crampi, e anche e sopratutto sto cercando di non spremere il mio fisico non proprio fiorente come se fosse un limone. Mi impegno, tanto, vado più che posso, ma sto bene attento a non superare il limite. In discesa non esagero, quando sento la fatica calo un pò, insomma cerco di divertirmi.

Ecco, mi diverto. A correre ancora mi diverto, e quindi lo faccio volentieri. Poi quale sia la posizione in cui arrivo sinceramente non mi interessa molto. Quelli che vanno sugli infiniti podi che poi il lunedì mattina trovi ovunque sul mio facebook ciclistico, possono farlo grazie a quelli come me, e mi sembra simpatico. Se arrivi davanti è grazie al fatto che c'è chi è arrivato in mezzo e c'è chi è arrivato dietro. In fondo dovrebbero volerci un gran bene.

Approfitto delle gare per una serata fuori a cena con Ele davanti a un buon vino o a della birra artigianale, per un giro in montagna o in campagna, per un pò di relax.

Corro la mattina e metto su sfide per il merdesimo posto divertentissime, che quasi regolarmente perdo ma non sempre, e che trovo siano l'anima del correre amatorialmente. Mi prendo in giro con i vecchi biker nelle marathon piemontesi, come alla Promenado, o gioco ai sorpassi in un cross country con persone che non conosco.

Mancano ancora due lunghe corse, che ho fatto tante altre volte. Poi sarà ora di pensare ad altro, troppo agonismo fa male al fisico.
In fondo mi basta andare in bici.


BikerForEver




mercoledì 6 giugno 2018

IL GIORNO DEI PASTICCIONI

Sono partito da meno di un minuto della prima PS di questa seconda puntata del Gravel Road Series ad Alba, e non credo ai miei occhi. Il single track tipo toboga stretto e in discesa è un mare di fango, sarebbe una cosa seria con la mtb, figuriamoci con la bici da cross.
Ci sono dei saliscendi, sempre nel fango, solchi profondi e la bici va ovunque. In uno strappo devo scendere a piedi a spingere e scivolo anche a piedi. Ho superato qualcuno partito prima quando la sento gridare dietro, la incito e passa come sempre agilissima quando il grip è precario.
Giro una parabolica di questa sorta di toboga e la vedo ribaltata che si rialza, le grido "ma no!!" e la ripasso.
Usciamo dal trail e c'è da spingere forte, cerco di mettere il 50, non sale, riprovo un pò di volte e mi cade la catena e si incastra. Devo fermarmi, tirarla con le mani, rimetterla su e ripartire. Mi ripassa Elema.
La ripasso, lo stradone ghiaiato nel bosco scende e quello davanti a me non vede la freccia per riprendere il single track sulla destra, freno, mi intraverso e arrivo lungo. Risalgo a piedi e Elema arriva gridando e chiedendo strada. Spingo forte, usciamo in un campo, la ripasso, mi ricade la catena che non ne vuole più sapere di andare sul 50.

Seconda PS, Elema mi passa di nuovo nel fango, poi usciamo su uno stradone tutto da spingere e la vedo in difficoltà. All'arrivo mi grida "non va il cambio, ho solo i rapporti duri e non riuscivo a spingerli", guardiamo e ha rotto al catena, che per miracolo l'ha portata alla fine. Cambiamo tutto e ripartiamo per il trasferimento.

Ho appena passato il traguardo della terza ed ultima PS, mi volto e non arriva. Passa uno, poi un altro, poi ancora, ed eccola che impreca di ogni, "ho sbagliato strada in prova speciale, ma posso essere più idiota?"







Una gara bellissima, ad Alba, nel cuore delle Langhe, un bel sole e tanto fango per terra. Un percorso clamoroso, ben oltre il gravel, molto più vicino alla mtb. Bellissimo per noi e per gli altri partenti, tutti biker che ci si vede sempre in Coppa Piemonte e altrove, ma mi chiedo: se veniva la massa riusciva a fare 88 km così tecnici?
Disciplina giovane ed immatura, a cavallo tra le passeggiate, il bike packing e l'agonismo, senza ancora un'anima né una direzione, il gravel a me piace di brutto. Ma ho seriamente paura che sarà difficile che abbia un futuro che non sia il bike packing per chi ha il tempo di portelo fare. Fosse per me correrei ogni domenica in questa formula, dove puoi fermarti al ristoro senza fretta in trasferimento e poi per dieci km di trail da paura spingi come avessi il demonio addosso per fare il tempo, e poi ancora e ancora. Ma sembra che in giro non siano poi tanti a pensarla come me.

Così ad Alba io ed Elema abbiamo fatto i pasticcioni, lei giocandosi il podio donne per 21 secondi, un quarto posto che brucia al cospetto di ottime elite e di ben 11 donzelle al via, mentre io mi sono bruciato il terzo della mia categoria per una catena che non stava su e gli errori di percorso.
Il giorno dei pasticcioni, anche se alla fine è stata una giornata davvero splendida.

#maiunagioia.


BikerForEver



mercoledì 30 maggio 2018

LE SOLITE COSE

Non riesco a stare lontano dall'agonismo, poi lo frequento e ne resto deluso.
La solita litania, questa è quasi una costante.
Gli anni passano, ovviamente le prestazioni calano, ma le mie in modo fastidioso in quanto mi confronto con chi hai i miei anni. E sono sempre un pò più indietro di categoria.

Tre volte sono andato: un XC di federazione e due granfondo, la Monte S.Giorgio nella melma e Bistagno bella asciutta e veloce. Mediocrità spalmata ovunque.

L'unico divertimento è la gestione dei crampi. Se nel cross country non mi vengono perchè è troppo breve, a Piossasco mi hanno massacrato. E dire che avevo fatto il fine stratega sapendo che nel fango sarebbe divenuta infernale: partito piano, ma veramente piano, dopo due ore ho provato a cambiare passo per dover urlare dal male dopo nemmeno mezz'ora. E la corsa è durata poco meno di 4 ore, quindi...

Così prima di Bistagno ho posto la questione crampi su facebook, ne sono usciti ovviamente mille consigli, ho provato a seguirne qualcuno e devo dire che sui Bricchi è andato molto meglio. Quasi tre ore spingendo senza pensare quei pochi watt che ho, ma crampi solo 100 metri prima dell'arrivo, come da tempo non mi capitava. Che i consigli fossero quelli giusti?

Elema non vuole correre in MTB, io corro fiaccamente, non è momento. Ed il paradosso è che mi aspetta a giugno un bel tour de force agonistico cui sono già iscritto.
Vabbeh, farò il turista pensando solo a divertirmi. Tanto quello posso fare.

Come sempre mi mancano le corse a tappe, dove sempre trovo la giusta motivazione. Per poi maledirmi mentre le faccio perchè sono troppo stanco...


BikerForEver



martedì 1 maggio 2018

LA TERRA DI MEZZO

Mari verdi di prati ovunque, onde verdi che ondeggiano spinte dal vento, fiori gialli ai bordi della strada. Sui crinali i cipressi e il rosso scuro dei mattoni dei casali, a volte con muri che paiono fortezze. Fa caldo ma non troppo come ieri, qualche nuvola a velare il cielo rende la nostra Nova Eroica un pò meno soffocante.
La strada sotto le ruote delle nostre bici è bianca e disseminata di una ghiaia sottile, molto meno impegnativa nella guida di quella grossa e cedevole tipica delle nostre zone.
E' la Toscana, la patria della strada bianca, ma anche del grano, dell'ulivo e del vino. Quei panorami dolci e che mettono solo serenità che tanti amano ovunque nel mondo.

Stiamo pedalando già da alcune ore, e la fatica si sta facendo sentire. Io ho già un pò imprecato per il troppo asfalto, per una benedetta vocazione al bitume di questo mondo gravel che io vorrei molto più fuoristradistico, essendo biker nell'animo.
Guardo Elema mentre pedaliamo in questo incanto, lei si volta e mi dice "Gli stradisti sono il male". E lo ripete: "Gli stradisti sono il male". Scoppio a ridere di gusto, la pensiamo sempre nello stesso modo anche se non ci parliamo.




Siamo andati a Buonconvento, poco dopo Siena, molto curiosi e sperando che il Gravel Road Series fosse quello che ancora non è, anche se continuo a sperare che lo sarà. Un evento sull'onda dell'Eroica, una corsa direi leggendaria, purtroppo con pecche gravi e importanti. Mi chiedo spesso come possano cadere in errori così banali a volte gli organizzatori, quasi esistesse un servilismo del mondo ciclistico a cose ormai del passato e che più nessuno vuole.







I posti sono bellissimi, non sono certo io a scoprirli. La formula è nuova e fantastica, un lungo giro gravel con 5 tratti cronometrati da fare a tutta, il resto lo fai al ritmo che vuoi e quindi con gli amici, non hai angosce se buchi, ti fermi ai ristori senza ingozzarti. Queste prove speciali sono di 7/15 km e con il passare del tempo diventano impegnative, ma rendono l'agonismo piacevole e molto meno stressante del solito. Un potenziale quindi enorme, che potrebbe raggruppare migliaia di gravelleur da ogni parte del mondo. In griglia la mattina alle sette e mezzo, un pò assonnati, era bellissimo vedere le bici degli altri, dalle Ritchey alle Niner, dalle One-O-One alle Bergamont, passando da mille altri marchi famosi o sconosciuti, un mondo nuovo, davvero diverso.

Gli errori tanti, anche troppi. Aprire la Nova Eroica agli stradisti rende il confronto agonistico impari (su queste strade toscane si va troppo forte per non penalizzare un mezzo gravel), ma vuole anche dire avere i soliti stradisti invasati che devono andare a tutta anche fuori dai pezzi cronometrati (ma perchè non escono mai dal tunnel delle loro granfondo?) e un percorso con troppo asfalto, anche nelle prove cronometrate (una poi davvero demenziale, tutta su bitume e con subito dopo il tratto più bello e lungo di sterrato di tutto il giro di 150 km...). E' il servilismo verso il mondo della strada, quello da cui bisogna uscire se si vuole che questa novità bellissima riesca a decollare. Il coraggio di far partire solo mezzi gravel o da ciclocross.

Servilismo verso la bici da corsa, esplosa in una assurda corsa in linea finale fatta partire quando molti del lungo gravel dovevano arrivare e che prevedeva un arrivo sulla steso traguardo in senso inverso. Si sono fermati tutti, non è successo nulla, meno male, ma l'organizzazione ha mostrato un dilettantismo preoccupante. Così come l'idea malsana e mai vista prima di non premiare le donne, con insurrezione di noi del pubblico e un tentativo finale di metterci una pezza.
Le donne sono il regalo prezioso al ciclismo, soprattutto fuoristradistico, che ogni organizzatore deve prendersi a cura di preservare. Sono donne speciali, ricordiamolo.

Non per queste pecche la Nova Eroica non è stata un corsa speciale. I nostri sguardi alla fine raccontavano tutto. Si sono volute fare le cose in grande, dal pacco gara ai banchetti delle esposizioni, dal centro del paese pieno di bancarelle a tutto il resto. Con poco impegno, e forse un pò di coraggio, si potrà arrivare a qualcosa di unico.







Noi abbiamo corso la nostra Nova Eroica in cinque, avere un amico come Andrea e i suoi due giovanissimi compari insieme è stato bellissimo. Alla fine delle speciali ci si fermava, ci si attendeva, e si ripartiva tutti insieme fino al tratto seguente. Un buon passo ma senza mai tirare, una meraviglia che ci ha fatto fare 151 km e ben 2650 metri di dislivello nel modo più bello che potessi immaginare. Io ed Elema con le gravel, loro con le bici da corsa, ma con lo stesso spirito, che è quello del biker che tutti noi in realtà siamo. Lei è andata forte, come spesso capita con queste biciclette, ma quello che resta dentro sono le oltre sei ore passate insieme, le risa, il relax, la gioia del pedalare insieme.

E resterà in noi la sera dopo la corsa tra le vie di Buonconvento, le gambe sotto una tavola a riempire i bicchieri di buon vino rosso, per festeggiare un weekend davvero speciale. Basta poco per fare qualcosa di davvero nuovo e bello, non perdiamo l'occasione.


BikerForEver.


sabato 31 marzo 2018

IO, LA CAPE EPIC E LA FRONT

Gli occhi di Elema. Gli occhi rossi di Elema in aeroporto, mentre avviene il distacco. Gli occhi rossi di Elema mentre mi abbraccia rivedendomi dopo due settimane.
Il sostegno suo continuo, mai un cedimento, un'incertezza. Gli amici a scrivermi ogni mattina, all'alba, e a chiedere di me sempre e comunque. Nico che mi incitava all'alba delle quattro italiane ogni giorno. Mia figlia Michela che si preoccupava per me.
Le tante persone sul web a commentare i racconti e i video quotidiani delle giornate di gara.
Il gentile interessamento continuo alla mia salute di Paolo, paziente.



Queste poche cose, queste cose più del Camp immenso, dell'organizzazione colossale, del pubblico ovunque ad applaudire ed incitare, dei 1400 biker in gara, dell'elicottero che ti segue là in alto, dei fotografi, dei Pro star della mountain bike, ecco mi hanno fatto capire ogni momento cosa stavo vivendo. L'evento con la E maiuscola, il sogno di ogni soggetto che abbia mai amato andare a far correre le ruote su qualche sentiero, la Cape Epic.
Me ne sono resto conto lentamente, come una corretta e sana presa di coscienza giorno per giorno, di cosa stavo vivendo. Nonostante i problemi, e non pochi, che il mio fisico ha portato senza alcuna pietà a galla come una inesorabile, lenta tortura.




Oggi posso dirlo: correre la Cape Epic, The Untamed African MTB Race, è l'arrivo, il punto a cui potevo arrivare e volevo arrivare. Otto incredibili giorni insieme ai professionisti di questo adorato sport, a sentirmi io stesso il pro che non sono, a viverlo come se lo fossi il pro, grazie agli sforzi di Alessandro e alla generosità dello sponsor D'Orsogna. Un'auto 4x4 per noi, il lusso a me sconosciuto di dormire in un comodo letto in appartamenti belli e puliti, una persona a seguirci e portarci ovunque della squisitezza di Paolo. Un imprenditore, appunto Valerio D'Orsogna, capace di arrivare a tutto questo per noi e che di cuore ringrazio.
Una avventura oltre le mie attese, le mie necessità, le mie richieste.

Ed io, 52 primavere sulle spalle da compiere fra un mesetto, a spremere quel che resta di un fisico provato da 25 stagioni di gare e da fratture ovunque, che mi ha presentato il conto a giorni alterni, facendomi passare dalla commozione ed esaltazione del sentirmi forte come non mai, allo stremo delle crisi di fatica più nere, bocca spalancata a cercare ossigeno e ventre gonfio a dirmi basta.





La Epic, come si dice giù in Sudafrica, è una corsa vera. La immaginavo più commerciale prima di partire, solo dedicata ai professionisti, torno a casa colpito dalla sua bellezza. Tappe lunghe e fantastiche, così tanto singletrack sia a salire che a scendere da farti sognare un metro di asfalto, panorami che non si possono descrivere nella loro infinita bellezza, l'Africa migliore, una organizzazione per me perfetta, a livelli prima mai visti. Siccome devo trovarle un difetto, potrei dire che l'unica cosa che manca è il viaggio. Solo tre sedi tappa, a girare sulle montagne e colline intorno, per cui prevale l'aspetto della corsa su quello dell'avventura. Una sottigliezza, cui nemmeno pensi mentre fai correre veloce la Niner, gli occhi concentrati ed infuriati a prendere la traiettoria migliore sugli infiniti snake, i sentieri dei bike park sparsi ovunque nel Western Cape.
Ho spremuto ogni energia che possedevo della mia piccola figura di amatore. Non preparato a dovere e segnato da un inverno impossibile qui dove vivo, a cercare la forma sugli sci di fondo o pedalando nella neve e a temperature perennemente sotto lo zero, ho fatto anche più di quanto avrei immaginato. Tutto dipendeva dalla mia anca malconcia, da quel femore rotto in più pezzi che mi ha lasciato una gamba estroversa. Lavorano troppo i muscoli della fascia laterale, si scaricano sui miei poveri lombari e il male tremendo mi toglie le forze. Se non succede spingo come non mai.
Ho imprecato, pianto ed urlato per questo maledetto mal di schiena, ma poi ho pensato: quanti nelle mie condizioni sono arrivati a correre una Epic, quanta fortuna ho avuto io? Infinita, Fabri, infinita.




Ho corso la Cape Epic con la front, anzi no con la mia Niner. Quasi nessuno ne ha avuto il coraggio quest'anno, quasi tutti non capiscono la meraviglia di farlo. Potrei passare ore a spiegare cosa si prova a spingerla forte o a lasciarla correre nei trail flow e pieni di paraboliche di queste tappe, ma tanto non potreste capire. Ci vogliono le palle, e il cuore, e nulla mi toglie l'orgoglio di averlo fatto.

I momenti che non potrò mai dimenticare:

La partenza del prologo, i 130 battiti da fermo, fermo sul palco ad attendere il nostro via, davanti ai miei occhi una striscia di prato e gente ovunque, le fauci secche, le mani che tremano, la liberazione da tutto dopo le prime due pedalate, finalmente libero, leggero, partito.





L'arrivo del terzo giorno, dopo una tappa troppo bella e corsa troppo bene, come non mi sentivo da tempo, centoundici km a tirare Alessandro e ad aumentare gradatamente il ritmo, l'emozione che mi esplode dentro dopo il traguardo mentre parlo con Paolo e battendomi la mano sul petto urlo "questa tappa è per te Andrea".



L'unica salita asfaltata, lunga, regolare, in una valle incantata dopo quasi cinque ore di corsa, insieme a una coppia franco/svizzera a ridere e pedalare leggeri, e recuperare posizioni senza apparente fatica, felici solo di essere lì vivi a vivere quel momento.

Le spinte di Alessandro negli ultimi due giorni in crisi, le sue urla di incitamento, la mia schiena bloccata, la bocca spalancata, la testa che gira, la sensazione di svenimento, la voglia infinita di dire basta, mi fermo, adesso è troppo, voglio tornare a casa. Ma anche quelle forze trovate non so dove, per l'ennesima salita, l'ennesimo sforzo, l'ennesimo sentiero in cui tuffarsi.



I single track, gli snake, ovunque, infiniti, bellissimi, tecnici il giusto, flow il giusto, i ponti sospesi, le passerelle in legno, le paraboliche, la sabbia, le pietre, i miei occhi e la mia Niner, io con la front che prendo le full davanti, che non gli do respiro, ossessione per tutti quelli che avevo vicino e godimento senza fine per me, il non sentirmi mai minore, inadeguato, ma anzi pieno e completo.






Gli altri, venuti da ogni parte del mondo, altre lingue altre usanze altre abitudini ma biker come te, la commistione delle lingue e delle razze, il capirne la nazionalità dalla bandierina impressa sul numero di gara, lo scambiarsi due parole "Well done, good job", le pacche sulle spalle, il sentirsi parte di qualcosa di immenso, completo.



Dopo otto giorni, 660 km di pietre, sabbia, sentieri e montagne, dopo 13500 metri scalati che non rendono per nulla l'idea dello sforzo in questo incredibile ambiente, dopo 35 ore a gioire, ridere, spingere ed imprecare sui pedali, dopo il sole, il vento, le nuvole, la pioggia, dopo avere mangiato troppo come sempre senza riuscire a recuperare le calorie disperse in gara, passando sotto lo striscione di arrivo che mi decretava Finisher della più importante corsa al mondo, sono rimasto assolutamente calmo. Seduto un attimo a riflettere, ho sentito chiudersi il cerchio. Dopo due Rally di Sardegna, un Rally di Romagna, due Transalp, una Titan Desert, una Transpyr, due Alta Via Stage Race, un Roc Trophy, una Joberg2C, una Iron Bike in otto anni di cui uno, il 2012, passato a rimettere insieme la mia povera gamba distrutta alla Maxei, potevo appendere l'ultima maglia Finisher che volevo, quella della Cape Epic. Poco meno di 100 tappe corse, sempre andando al massimo delle mie forze, mai un ritiro, un arrendermi, un dagliela su.

Mi sono seduto un attimo e mi sono sentito bene, pieno, completo. E ho capito che non avevo alcun altro desiderio al mondo che quello di tornare a casa.


BikerForEver






venerdì 2 marzo 2018

PASSO AFRICA

Sto salendo a San Bernardo. Sono stanco, mi fa male la schiena e come ogni volta che mi succede le gambe perdono progressivamente forza. Mi fermo, non ne posso più.
Chino sulla sella, piegato in due, guardo il terreno delle mie Rive in questa magia naturale. La sabbia ha lasciato passare l'acqua che si è congelata dieci centimetri sotto, sputando cristalli di ghiaccio che escono dalla sabbia e scricchiolano sotto le gomme della Niner o l'incidere dei passi. Poi tutto è stato coperto da un lieve strato di neve presto divenuta ghiaccio per la temperatura rigidissima. Il Garmin segna -3.7 gradi.

Attorno tutto è bianco, ma non di quella soffice neve che conosco da sempre su in montagna mentre spingo gli sci da fondo. Questo è congelamento. Sembra la Tundra, che in vero ho visto solo nei film. E' un sogno, la bellezza del tutto mi alza il morale e alzo la schiena dolente.

Sono al terzo giorno di questo folle allenamento a passo Africa che ho voluto a ogni costo. Medio alto, ogni tanto alla soglia, mai oltre, mai meno, per abituarmi alla Cape Epic che fra meno di tre settimane dovrò correre con Ale. Qui al gelo, laggiù al caldo esagerato, condizioni estreme molto più simili di quanto si possa pensare. Entrambe innanzitutto disidratanti.
Sono alla 12sima ora e 4800 metri scalati in tre giorni. Nemmeno tanto se ci penso, anche se i soli 130 km la dicono lunga sulla durezza del percorso, qua sulle Rive sempre tanto tecnico. Ma cosa ha reso massacrante l'allenamento è il freddo, prima pioggia con due gradi e poi due giorni sempre sotto zero e soprattutto il terreno che tra fango, ghiaccio e neve rende le salite durissime e le discese molto complicate.

Risalgo in sella, saranno passati 40 secondi e mi rimetto a pedalare. A breve vedrò la chiesetta di San Bernardo e mi getterò nella discesa che odio, dove non si sta mai in piedi tante sono le pietre che rotolano sotto le ruote. Volevo andare ancora su a Colmo a prendere i drop, ma meglio mi porti alla macchina e non esageri. Il mio passo Africa l'ho trovato.










Nei giorni seguenti sarà ancora fango e neve, e altri giri con Elema, non più solo. Che mi accompagna paziente in questi giorni prima del volo per Cape Town.
Ma la solitudine e gli incontri dei rarissimi biker visti sulle Riverosse in questi giorni mi sono rimasti dentro. Certi silenzi ad ascoltare il mio respiro affannato, la discesa a tutta dei Morti in Brenta con le mani che tremavano dalla paura di cadere e non essere trovato che giorni dopo, le barrette congelate masticate a fatica fra i denti, lo spettacolo senza fine della Natura davanti ai miei occhi, l'orgoglio per il fisico che reggeva il gelo. Tutto questo è la mia felicità.

Non voglio consigli, suggerimenti, approvazioni, nulla. Siamo io e me, e bastiamo.

Ora sono pronto, la dodicesima avventura a tappe è pronta. Parto con il cuore leggero qualsiasi cosa accada in Africa.


BikerForEver