martedì 1 maggio 2018

LA TERRA DI MEZZO

Mari verdi di prati ovunque, onde verdi che ondeggiano spinte dal vento, fiori gialli ai bordi della strada. Sui crinali i cipressi e il rosso scuro dei mattoni dei casali, a volte con muri che paiono fortezze. Fa caldo ma non troppo come ieri, qualche nuvola a velare il cielo rende la nostra Nova Eroica un pò meno soffocante.
La strada sotto le ruote delle nostre bici è bianca e disseminata di una ghiaia sottile, molto meno impegnativa nella guida di quella grossa e cedevole tipica delle nostre zone.
E' la Toscana, la patria della strada bianca, ma anche del grano, dell'ulivo e del vino. Quei panorami dolci e che mettono solo serenità che tanti amano ovunque nel mondo.

Stiamo pedalando già da alcune ore, e la fatica si sta facendo sentire. Io ho già un pò imprecato per il troppo asfalto, per una benedetta vocazione al bitume di questo mondo gravel che io vorrei molto più fuoristradistico, essendo biker nell'animo.
Guardo Elema mentre pedaliamo in questo incanto, lei si volta e mi dice "Gli stradisti sono il male". E lo ripete: "Gli stradisti sono il male". Scoppio a ridere di gusto, la pensiamo sempre nello stesso modo anche se non ci parliamo.




Siamo andati a Buonconvento, poco dopo Siena, molto curiosi e sperando che il Gravel Road Series fosse quello che ancora non è, anche se continuo a sperare che lo sarà. Un evento sull'onda dell'Eroica, una corsa direi leggendaria, purtroppo con pecche gravi e importanti. Mi chiedo spesso come possano cadere in errori così banali a volte gli organizzatori, quasi esistesse un servilismo del mondo ciclistico a cose ormai del passato e che più nessuno vuole.







I posti sono bellissimi, non sono certo io a scoprirli. La formula è nuova e fantastica, un lungo giro gravel con 5 tratti cronometrati da fare a tutta, il resto lo fai al ritmo che vuoi e quindi con gli amici, non hai angosce se buchi, ti fermi ai ristori senza ingozzarti. Queste prove speciali sono di 7/15 km e con il passare del tempo diventano impegnative, ma rendono l'agonismo piacevole e molto meno stressante del solito. Un potenziale quindi enorme, che potrebbe raggruppare migliaia di gravelleur da ogni parte del mondo. In griglia la mattina alle sette e mezzo, un pò assonnati, era bellissimo vedere le bici degli altri, dalle Ritchey alle Niner, dalle One-O-One alle Bergamont, passando da mille altri marchi famosi o sconosciuti, un mondo nuovo, davvero diverso.

Gli errori tanti, anche troppi. Aprire la Nova Eroica agli stradisti rende il confronto agonistico impari (su queste strade toscane si va troppo forte per non penalizzare un mezzo gravel), ma vuole anche dire avere i soliti stradisti invasati che devono andare a tutta anche fuori dai pezzi cronometrati (ma perchè non escono mai dal tunnel delle loro granfondo?) e un percorso con troppo asfalto, anche nelle prove cronometrate (una poi davvero demenziale, tutta su bitume e con subito dopo il tratto più bello e lungo di sterrato di tutto il giro di 150 km...). E' il servilismo verso il mondo della strada, quello da cui bisogna uscire se si vuole che questa novità bellissima riesca a decollare. Il coraggio di far partire solo mezzi gravel o da ciclocross.

Servilismo verso la bici da corsa, esplosa in una assurda corsa in linea finale fatta partire quando molti del lungo gravel dovevano arrivare e che prevedeva un arrivo sulla steso traguardo in senso inverso. Si sono fermati tutti, non è successo nulla, meno male, ma l'organizzazione ha mostrato un dilettantismo preoccupante. Così come l'idea malsana e mai vista prima di non premiare le donne, con insurrezione di noi del pubblico e un tentativo finale di metterci una pezza.
Le donne sono il regalo prezioso al ciclismo, soprattutto fuoristradistico, che ogni organizzatore deve prendersi a cura di preservare. Sono donne speciali, ricordiamolo.

Non per queste pecche la Nova Eroica non è stata un corsa speciale. I nostri sguardi alla fine raccontavano tutto. Si sono volute fare le cose in grande, dal pacco gara ai banchetti delle esposizioni, dal centro del paese pieno di bancarelle a tutto il resto. Con poco impegno, e forse un pò di coraggio, si potrà arrivare a qualcosa di unico.







Noi abbiamo corso la nostra Nova Eroica in cinque, avere un amico come Andrea e i suoi due giovanissimi compari insieme è stato bellissimo. Alla fine delle speciali ci si fermava, ci si attendeva, e si ripartiva tutti insieme fino al tratto seguente. Un buon passo ma senza mai tirare, una meraviglia che ci ha fatto fare 151 km e ben 2650 metri di dislivello nel modo più bello che potessi immaginare. Io ed Elema con le gravel, loro con le bici da corsa, ma con lo stesso spirito, che è quello del biker che tutti noi in realtà siamo. Lei è andata forte, come spesso capita con queste biciclette, ma quello che resta dentro sono le oltre sei ore passate insieme, le risa, il relax, la gioia del pedalare insieme.

E resterà in noi la sera dopo la corsa tra le vie di Buonconvento, le gambe sotto una tavola a riempire i bicchieri di buon vino rosso, per festeggiare un weekend davvero speciale. Basta poco per fare qualcosa di davvero nuovo e bello, non perdiamo l'occasione.


BikerForEver.


sabato 31 marzo 2018

IO, LA CAPE EPIC E LA FRONT

Gli occhi di Elema. Gli occhi rossi di Elema in aeroporto, mentre avviene il distacco. Gli occhi rossi di Elema mentre mi abbraccia rivedendomi dopo due settimane.
Il sostegno suo continuo, mai un cedimento, un'incertezza. Gli amici a scrivermi ogni mattina, all'alba, e a chiedere di me sempre e comunque. Nico che mi incitava all'alba delle quattro italiane ogni giorno. Mia figlia Michela che si preoccupava per me.
Le tante persone sul web a commentare i racconti e i video quotidiani delle giornate di gara.
Il gentile interessamento continuo alla mia salute di Paolo, paziente.



Queste poche cose, queste cose più del Camp immenso, dell'organizzazione colossale, del pubblico ovunque ad applaudire ed incitare, dei 1400 biker in gara, dell'elicottero che ti segue là in alto, dei fotografi, dei Pro star della mountain bike, ecco mi hanno fatto capire ogni momento cosa stavo vivendo. L'evento con la E maiuscola, il sogno di ogni soggetto che abbia mai amato andare a far correre le ruote su qualche sentiero, la Cape Epic.
Me ne sono resto conto lentamente, come una corretta e sana presa di coscienza giorno per giorno, di cosa stavo vivendo. Nonostante i problemi, e non pochi, che il mio fisico ha portato senza alcuna pietà a galla come una inesorabile, lenta tortura.




Oggi posso dirlo: correre la Cape Epic, The Untamed African MTB Race, è l'arrivo, il punto a cui potevo arrivare e volevo arrivare. Otto incredibili giorni insieme ai professionisti di questo adorato sport, a sentirmi io stesso il pro che non sono, a viverlo come se lo fossi il pro, grazie agli sforzi di Alessandro e alla generosità dello sponsor D'Orsogna. Un'auto 4x4 per noi, il lusso a me sconosciuto di dormire in un comodo letto in appartamenti belli e puliti, una persona a seguirci e portarci ovunque della squisitezza di Paolo. Un imprenditore, appunto Valerio D'Orsogna, capace di arrivare a tutto questo per noi e che di cuore ringrazio.
Una avventura oltre le mie attese, le mie necessità, le mie richieste.

Ed io, 52 primavere sulle spalle da compiere fra un mesetto, a spremere quel che resta di un fisico provato da 25 stagioni di gare e da fratture ovunque, che mi ha presentato il conto a giorni alterni, facendomi passare dalla commozione ed esaltazione del sentirmi forte come non mai, allo stremo delle crisi di fatica più nere, bocca spalancata a cercare ossigeno e ventre gonfio a dirmi basta.





La Epic, come si dice giù in Sudafrica, è una corsa vera. La immaginavo più commerciale prima di partire, solo dedicata ai professionisti, torno a casa colpito dalla sua bellezza. Tappe lunghe e fantastiche, così tanto singletrack sia a salire che a scendere da farti sognare un metro di asfalto, panorami che non si possono descrivere nella loro infinita bellezza, l'Africa migliore, una organizzazione per me perfetta, a livelli prima mai visti. Siccome devo trovarle un difetto, potrei dire che l'unica cosa che manca è il viaggio. Solo tre sedi tappa, a girare sulle montagne e colline intorno, per cui prevale l'aspetto della corsa su quello dell'avventura. Una sottigliezza, cui nemmeno pensi mentre fai correre veloce la Niner, gli occhi concentrati ed infuriati a prendere la traiettoria migliore sugli infiniti snake, i sentieri dei bike park sparsi ovunque nel Western Cape.
Ho spremuto ogni energia che possedevo della mia piccola figura di amatore. Non preparato a dovere e segnato da un inverno impossibile qui dove vivo, a cercare la forma sugli sci di fondo o pedalando nella neve e a temperature perennemente sotto lo zero, ho fatto anche più di quanto avrei immaginato. Tutto dipendeva dalla mia anca malconcia, da quel femore rotto in più pezzi che mi ha lasciato una gamba estroversa. Lavorano troppo i muscoli della fascia laterale, si scaricano sui miei poveri lombari e il male tremendo mi toglie le forze. Se non succede spingo come non mai.
Ho imprecato, pianto ed urlato per questo maledetto mal di schiena, ma poi ho pensato: quanti nelle mie condizioni sono arrivati a correre una Epic, quanta fortuna ho avuto io? Infinita, Fabri, infinita.




Ho corso la Cape Epic con la front, anzi no con la mia Niner. Quasi nessuno ne ha avuto il coraggio quest'anno, quasi tutti non capiscono la meraviglia di farlo. Potrei passare ore a spiegare cosa si prova a spingerla forte o a lasciarla correre nei trail flow e pieni di paraboliche di queste tappe, ma tanto non potreste capire. Ci vogliono le palle, e il cuore, e nulla mi toglie l'orgoglio di averlo fatto.

I momenti che non potrò mai dimenticare:

La partenza del prologo, i 130 battiti da fermo, fermo sul palco ad attendere il nostro via, davanti ai miei occhi una striscia di prato e gente ovunque, le fauci secche, le mani che tremano, la liberazione da tutto dopo le prime due pedalate, finalmente libero, leggero, partito.





L'arrivo del terzo giorno, dopo una tappa troppo bella e corsa troppo bene, come non mi sentivo da tempo, centoundici km a tirare Alessandro e ad aumentare gradatamente il ritmo, l'emozione che mi esplode dentro dopo il traguardo mentre parlo con Paolo e battendomi la mano sul petto urlo "questa tappa è per te Andrea".



L'unica salita asfaltata, lunga, regolare, in una valle incantata dopo quasi cinque ore di corsa, insieme a una coppia franco/svizzera a ridere e pedalare leggeri, e recuperare posizioni senza apparente fatica, felici solo di essere lì vivi a vivere quel momento.

Le spinte di Alessandro negli ultimi due giorni in crisi, le sue urla di incitamento, la mia schiena bloccata, la bocca spalancata, la testa che gira, la sensazione di svenimento, la voglia infinita di dire basta, mi fermo, adesso è troppo, voglio tornare a casa. Ma anche quelle forze trovate non so dove, per l'ennesima salita, l'ennesimo sforzo, l'ennesimo sentiero in cui tuffarsi.



I single track, gli snake, ovunque, infiniti, bellissimi, tecnici il giusto, flow il giusto, i ponti sospesi, le passerelle in legno, le paraboliche, la sabbia, le pietre, i miei occhi e la mia Niner, io con la front che prendo le full davanti, che non gli do respiro, ossessione per tutti quelli che avevo vicino e godimento senza fine per me, il non sentirmi mai minore, inadeguato, ma anzi pieno e completo.






Gli altri, venuti da ogni parte del mondo, altre lingue altre usanze altre abitudini ma biker come te, la commistione delle lingue e delle razze, il capirne la nazionalità dalla bandierina impressa sul numero di gara, lo scambiarsi due parole "Well done, good job", le pacche sulle spalle, il sentirsi parte di qualcosa di immenso, completo.



Dopo otto giorni, 660 km di pietre, sabbia, sentieri e montagne, dopo 13500 metri scalati che non rendono per nulla l'idea dello sforzo in questo incredibile ambiente, dopo 35 ore a gioire, ridere, spingere ed imprecare sui pedali, dopo il sole, il vento, le nuvole, la pioggia, dopo avere mangiato troppo come sempre senza riuscire a recuperare le calorie disperse in gara, passando sotto lo striscione di arrivo che mi decretava Finisher della più importante corsa al mondo, sono rimasto assolutamente calmo. Seduto un attimo a riflettere, ho sentito chiudersi il cerchio. Dopo due Rally di Sardegna, un Rally di Romagna, due Transalp, una Titan Desert, una Transpyr, due Alta Via Stage Race, un Roc Trophy, una Joberg2C, una Iron Bike in otto anni di cui uno, il 2012, passato a rimettere insieme la mia povera gamba distrutta alla Maxei, potevo appendere l'ultima maglia Finisher che volevo, quella della Cape Epic. Poco meno di 100 tappe corse, sempre andando al massimo delle mie forze, mai un ritiro, un arrendermi, un dagliela su.

Mi sono seduto un attimo e mi sono sentito bene, pieno, completo. E ho capito che non avevo alcun altro desiderio al mondo che quello di tornare a casa.


BikerForEver






venerdì 2 marzo 2018

PASSO AFRICA

Sto salendo a San Bernardo. Sono stanco, mi fa male la schiena e come ogni volta che mi succede le gambe perdono progressivamente forza. Mi fermo, non ne posso più.
Chino sulla sella, piegato in due, guardo il terreno delle mie Rive in questa magia naturale. La sabbia ha lasciato passare l'acqua che si è congelata dieci centimetri sotto, sputando cristalli di ghiaccio che escono dalla sabbia e scricchiolano sotto le gomme della Niner o l'incidere dei passi. Poi tutto è stato coperto da un lieve strato di neve presto divenuta ghiaccio per la temperatura rigidissima. Il Garmin segna -3.7 gradi.

Attorno tutto è bianco, ma non di quella soffice neve che conosco da sempre su in montagna mentre spingo gli sci da fondo. Questo è congelamento. Sembra la Tundra, che in vero ho visto solo nei film. E' un sogno, la bellezza del tutto mi alza il morale e alzo la schiena dolente.

Sono al terzo giorno di questo folle allenamento a passo Africa che ho voluto a ogni costo. Medio alto, ogni tanto alla soglia, mai oltre, mai meno, per abituarmi alla Cape Epic che fra meno di tre settimane dovrò correre con Ale. Qui al gelo, laggiù al caldo esagerato, condizioni estreme molto più simili di quanto si possa pensare. Entrambe innanzitutto disidratanti.
Sono alla 12sima ora e 4800 metri scalati in tre giorni. Nemmeno tanto se ci penso, anche se i soli 130 km la dicono lunga sulla durezza del percorso, qua sulle Rive sempre tanto tecnico. Ma cosa ha reso massacrante l'allenamento è il freddo, prima pioggia con due gradi e poi due giorni sempre sotto zero e soprattutto il terreno che tra fango, ghiaccio e neve rende le salite durissime e le discese molto complicate.

Risalgo in sella, saranno passati 40 secondi e mi rimetto a pedalare. A breve vedrò la chiesetta di San Bernardo e mi getterò nella discesa che odio, dove non si sta mai in piedi tante sono le pietre che rotolano sotto le ruote. Volevo andare ancora su a Colmo a prendere i drop, ma meglio mi porti alla macchina e non esageri. Il mio passo Africa l'ho trovato.










Nei giorni seguenti sarà ancora fango e neve, e altri giri con Elema, non più solo. Che mi accompagna paziente in questi giorni prima del volo per Cape Town.
Ma la solitudine e gli incontri dei rarissimi biker visti sulle Riverosse in questi giorni mi sono rimasti dentro. Certi silenzi ad ascoltare il mio respiro affannato, la discesa a tutta dei Morti in Brenta con le mani che tremavano dalla paura di cadere e non essere trovato che giorni dopo, le barrette congelate masticate a fatica fra i denti, lo spettacolo senza fine della Natura davanti ai miei occhi, l'orgoglio per il fisico che reggeva il gelo. Tutto questo è la mia felicità.

Non voglio consigli, suggerimenti, approvazioni, nulla. Siamo io e me, e bastiamo.

Ora sono pronto, la dodicesima avventura a tappe è pronta. Parto con il cuore leggero qualsiasi cosa accada in Africa.


BikerForEver




lunedì 19 febbraio 2018

FANCO

Ci sono cose che non hanno un perchè. Ci sono gesti che non hanno un perchè. Ci sono azioni che non hanno un perchè.
Sono andato a provare mercoledì la granfondo di Portofino ed era un pantano, sabato pioveva e sono andato ugualmente a correrla la domenica. Elena non ha corso, ha fatto un bel giro in bici al mare e tante foto, anche a me. Io ho corso, non sono iscritto al Liguria Trophy, non avevo speranze di classifica, non sono capace nel fango da sempre, ho dovuto sborsare ben 35 euro.
Non ha un perchè.

Parliamo del percorso: a me piace davvero, bello e tecnico, panorami mozzafiato su un angolo di Liguria pieno di ricordi della mia adolescenza, tanto single-track, una cosa seria. Tanto bello quanto assurdo a febbraio, visto che qui il terreno è solo argilla e in inverno tutto all'ombra non asciuga mai. Fosse in maggio sarebbe probabilmente da urlo.

Parliamo della mia prestazione: mi sono divertito e quindi tutto bene. Ho disintegrato i cuscinetti della Niner nuova, quindi tutto male. Per due ore ho corso in maniera dignitosa, poi sono arrivati i crampi nella parte più viscida e difficile, quella che dal Kulm riporta a Santa Margherita e quindi all'arrivo, ho alzato bandiera bianca e ho perso dieci minuti da quelli con cui ero. Quindi fisicamente non ci siamo, ma la lezione serviva e servirà.

Parliamo dell'evento: se il pacco gara era carino, il resto è stato una pena. Un ristoro su tutto il percorso dove nessuno ti passava da bere (chi si ferma in una gara di 34 km??), ritiro numeri con coda di mezz'ora ed eravamo quattro gatti, all'arrivo manco un bicchiere d'acqua e un tozzo di pane, lavaggio bici ridicolo con una canna da cui usciva un filo d'acqua, pasta party da vergogna con un piatto di plastica con quattro penne al sugo in mano e niente altro. Tutto questo per 35 euro. Liguri incapaci come nel 90% dei casi, poi si lamentano che non fanno i numeri. Braccine corte non portano da nessuna parte.
A Cogne alla Marcia del venerdì (stesso prezzo) eravamo meno di ieri (160), pranzo nel palazzetto seduti senza code, da ristorante, fantastica zuppa valpellinentze, fontina, patate lesse, yogurt della Vallé, vino, e altro. Andate ad imparare lassù qualcosa.

Ele ed io schifati dal tutto abbiamo investito i suoi 35 euro di mancata gara, in un fritto misto e una pizza con birre a Camogli in riva al mare. Mai scelta è stata migliore. Poi in autostrada abbiamo salutato il buon Davò che ci ha mostrato il meraviglioso premio come primo M7 (uguale a tutti i primi di categoria), un bel trofeo in cartone plastificato.
Senza rancore, ma che pena.

Andiamo avanti, l'Africa chiama e bisogna arrivare stando decentemente. Ce la farò anche stavolta... non ho dubbi.


BikerForEver






lunedì 5 febbraio 2018

VOI NON POTETE CAPIRE

Sto risalendo verso casa con Elema. Mi sento scoppiare, a forza di mangiare salsiccia patate lesse  e fontina giù alla palestra di Cogne in un pasto dopo gara degno di un ristorante. Cammino lentamente nella piazza del Comune, la testa vuota di ogni pensiero e sereno per la mia ennesima Marcia Granparadiso portata a termine in entrambe le giornate.
Ci avviciniamo alla pista che in questo tratto passa nel centro del paese appositamente innevato, e sentiamo delle voci di incitamento. D'istinto ci fermiamo a guardare, ed arrivano due signore vestite integralmente di nero. La prima un pò sovrappeso la seconda minuta e anziana, molto anziana, a vederla non meno di settantanni. Sono le 14,17, sono passate oltre quattro ore e un quarto dalla partenza di una gara che il primo ha fatto in un'ora e quaranta e io in due e quarantotto nella mia pochezza amatoriale.
I vigili controllano il traffico, l'addetto alla pista sistema la neve per il loro passaggio. Passano ed entrano nei prati di Sant'Orso, sull'ultimo strappo la signora un pò più grossa allunga e va verso il traguardo da sola, mentre quella più anziana annaspa stanca. Al traguardo lo speaker le incita, la musica in sottofondo.

Mentre le seguiamo con lo sguardo nel loro traguardo, nel rispetto verso la loro fatica, con tutto al suo posto come se stesse arrivando il primo classificato, riprendiamo a salire verso casa felici. Perchè vedere due signore qualsiasi, che con pazienza si mettono a 15 gradi sottozero una mattina di febbraio nonostante l'età, per correre la "loro" Marcia, e che con una fatica che solo chi ha percorso 40 km a passo classico nel freddo polare con oltre 850 metri di dislivello può capire, è l'immagine più bella che lo sport potesse darci oggi.
Qua vince il primo uomo e la prima donna, si premiamo i due podi e gli altri sono tutti uguali. Non ci sono categorie, età, divisioni varie e assurde. Qua nessuno arriva a braccia alzate, qua tutti arrivano felici della loro piccola impresa, delle sensazioni provate a correre quel binario di neve davanti agli occhi, a sopportare i polmoni che bruciano per il freddo, a rimanere in piedi nelle discese ghiacciate e ripidissime di questo percorso davvero d'altri tempi per il passo classico.

Ognuno si misura con se stesso e contro gli avversari di giornata che trova per strada al suo ritmo. E tutti, veramente tutti, rispettano lo sforzo di ognuno, che voli a vincere leggero come un vento sugli sci, o che arrivi dopo cinque ore stremato dallo sforzo.






Ho corso la mia due giorni a Cogne nonostante avessi smesso il giorno prima gli antibiotici. Ele non ce l'ha fatta, si era ammalata due giorni dopo e le sono stati fatali nel recupero. Mi ha seguito con pazienza, come sempre, e come sempre non so come dirle grazie.
Venerdì a skating, il mio passo preferito, ero senza energie ancora e sono arrivato vuoto nella mente e nel corpo. Domenica in quel passo classico che non so fare, dove la mia pochezza tecnica viene fuori senza pietà, sono arrivato felice dopo aver passato un pò meno di tre ore ad essere felice come mai, mentre piano piano le forze si svuotavano e gli sci tenevano meno, guardando il binario davanti a me a volte illuminato dal sole altre azzurro e gelido all'ombra, mentre cercavo di tenere il passo degli altri fondisti attorno a me. Uomini e donne che spingevano con tutto il loro corpo e le loro forze felici e vuoti come solo in questi momenti possiamo essere.

Prima di partire mi chiedevo perchè correre ancora questo sforzo al gelo senza alcuna possibilità di classifica, per fortuna che adesso me lo sono ricordato. Che possa non dimenticarlo mai.


BikerForEver






domenica 21 gennaio 2018

LANGLAUF

Uso gli sci da fondo dal 1990 o dal 91, nemmeno mi ricordo. Però ricordo bene che nel '92 a Cogne fece tappa la Coppa del Mondo e avevo sulla tuta gli autografi di Fauner, di De Zolt, della Belmondo. E che lei, la Stefy, quando si allenava chiedeva strada con "scusa posso?" e ti lasciava lì con un "grazie". Maniche tirate su e senza guanti, inimitabile.

Ho provato anche a prepararmi e a fare l'amatorazzo, anzi il bisonte come si dice qui, nel '98 e nel '99, correndo la Pustertaler, la Dobbiaco-Cortina e tante volte poi la gara di casa, quella Marcia GranParadiso fatta non sono so quante volte, sempre in quello stile classico che io non sono capace e una volta sola, nel 2015, finalmente a skating che mi sembrava di volare.

Adoro fare fondo. O Langlauf come dicono al Nord. Amo sentire gli sci che corrono sula neve, il freddo che mi gela il volto, il male insopportabile alla pianta dei piedi, le braccia così stanche che sembra si stacchino, gli alberi carichi di neve, la pista davanti battuta con la corsia per l'alternato, l'adrenalina delle discese, la sensazione di onnipotenza nei falsipiani volati via a doppio, il piede interno alzato nel passo spinta in curva, la pace, il silenzio, il mio respiro affannato. Tutto.

Sono passati oltre venticinque anni e non me ne sono accorto. Forse perchè il fondo è un alito di vento, magari un paio di uscite prima di Natale, qualche lungo messo qua e là, febbraio che arriva con la Marcia a Cogne, e già la mente vola alla Liguria e ai sentieri corsi a vita persa in MTB.
Eppure lo amo come poche cose al mondo, ed Elema che mi segue da tre inverni che manco sono finiti, spero possa sentire le stesse cose che ho dentro di me.

Ogni anno a sognare un inverno vero a correre le granfondo che sogno da sempre, l'Euroloppet o la follia del Wordloppet, o almeno qualche meraviglia su in Alto Adige, magari in Val Casies, Sogni uccisi dalla realtà dei conti quotidiani che non quadrano mai.

Poi ogni volta mi siedo, ogni vola mi fermo, ogni volta mi calmo e rifletto. Hai già tante fortune Fabri, impara ad accontentarti. Stai calmo e non esagerare, spendi poco e vai avanti anche se gli sci da classico hanno ormai venti anni. Ma domattina, lo so, anche se danno pioggia pure qua su a Cogne, sarò la fuori nel bosco di Sylvenoire a spingere come tutte le volte tornado a sognare.

Un alito di vento, un attimo ogni stagione. Che non si dimentica e resta dentro in attesa del prossimo inverno, e della neve.


BikerForEver