mercoledì 2 agosto 2017

LA MIA IRON BIKE

L'Iron non è una corsa contro gli altri. E' una corsa contro se stessi, contro quella parte di te che ti dice continuamente di smettere, di fermarti, di tornare a casa, perchè oggi è troppo dura, il corpo fa troppo male, la stanchezza è troppo oltre ogni umano livello di sopportazione.
Per questo motivo non esiste la corsa Iron Bike, ma tante corse dentro, ciascuna con la sua storia, ciascuna con le sue emozioni, le sue sconfitte, le sue vittorie, i suoi sorrisi e le sue lacrime.

Esistono dei dati fermi per tutti. Regole dure e rigide, spartane ma sufficienti. Una organizzazione che dietro ad un apparente aspetto di familiarità e pacche sulle spalle offre una professionalità che raramente trovi. Il polso fermo di chi la dirige è essenziale per tenere insieme un gruppo devastato dalle fatiche montane.
La tenda, la colazione in piedi al freddo, le cene frugali, le notti difficili, i brifieng al buio seduti in terra, i ristori distanti, i tempi imposti spesso troppo stretti, le docce e i cessi troppo scarsi, le prove speciali di ogni tipo, salita, discesa, tecnica, potenza, nulla è casuale. Ma voluto con uno scopo preciso: portare il biker a trovare quanto di più profondo c'è in sè per vedere se sa usarlo fino in fondo. Per vedere se è un guerriero.



Esiste poi la Mia Iron. Un fiume di emozioni e sofferenze che non posso descrivere. Io stesso che prima di oggi avevo corso altre 11 corse a tappe non avevo capito. The Hardest MTB Raid In The World. Come potrebbe capire chi non è stato lì? Nell'impossibilità del racconto, alcuni momenti che rimarranno per sempre.



"Possibile che siamo solo al secondo giorno e già non ce la faccio più?". Non mi do pace, non mi do una ragione. La salita al colle della Gardetta non finisce mai, devo fare oltre 4000 metri di dislivello oggi, sono senza acqua da una vita e soprattutto forse ho tirato troppo sul colle di Valscura. Mi arrendo scendo a piedi, e spingo. Mi volto indietro, vedo gli altri salire in bici, capisco che il problema è mio, mi rassegno. Passa Paolo "hai un pò d'acqua?". Mi allunga il tubo del camel back "toh, ciucia". Quasi glielo svuoto e capisco cose che mi serviranno nei giorni successivi.



Voglio passare in cima per primo oggi su questa montagna bellissima della terza tappa. Non ha alcun senso farlo, anche perchè i primi in classifica partono dopo di me. Ma io il Monte Bellino lo voglio passare per primo, mi sono fissato. La salita è un incanto di prati e pascoli in quota, mi sento a casa, passo uno a uno i tanti biker davanti. Marco mi incita, vedo Andrea lontano, attacco il portage con lui. I passi avanzano piano, il fiato sale forte, i 3000 metri di quota si sentono tutti. L'elicottero in cima, il cielo terso, l'amico di tante giornate a fare il ritmo davanti, la croce della cima. Il mondo sotto. Momenti che valgono una vita intera.



Non sto bene oggi in questo sesto giorno, ho anche la nausea. I piedi finiti, bruciano. Le piaghe nel culo, bruciano. La caviglia gonfia non mi da pace, fa male con qualsiasi gesto. In piedi sui pedali, seduto a spingere, se cammino in salita, in discesa. Inizio la salita dell'Albergian con già oltre tre ore di gara nel più totale sconforto. Cammino sul sentiero, pedalare è difficile già se si sta bene e freschi, figuriamoci in queste condizioni. La fatica mi assale, ma i panorami mi entrano dentro. La grande cascata mi fa tornare in mente tante cose. Piango, piango disperatamente a singhiozzi, senza fermare un solo passo. "Papà e adesso questa come te la racconto?", questa domanda la grido a voce alta non so quante volte. Salgono i ricordi con lui, quando da bambino mi portava in montagna, le gite, gli zaini, i bivacchi, i rifugi. Salgo e singhiozzo, non riesco più a domare le emozioni. Non ci si parlava quasi mai quando eri qui tra noi, perchè adesso che avrei cose da dire, da raccontare, non posso più farlo?




Vedo il ristoro, guardo il Garmin. Segna quattro ore e ventisei minuti. Poso la bici con calma nel prato, e mentre mangio non smetto di chiedermi come ce la possa fare. Come posso salire lo Chaberton con già quattro ore e mezza nelle gambe al settimo giorno di Iron? Dove posso trovare le forze per arrivare a 3131 metri partendo da qua sotto?
Appoggio la schiena alle rocce. Ho male alla faccia e sopratutto mi sento suonato. Che caduta, ho avuto veramente paura. Sono stanco, troppo stanco. Sento il gusto del sangue tra i denti, il femore rotto pulsa dentro. Chiudo gli occhi, sento mancare la conoscenza. Non può vedermi nessuno, sotto il colletto dello Chaberton sono come nascosto. Ero arrivato in cima, ultimissimo e staccato, ma caspita ce l'avevo fatta. Possibile che sia andato a buttare via tutto con questa maledetta caduta?
Resto a occhi chiusi, lascio scorrere i minuti sperando che la testa la smetta di girare.
"Forza Fabri" e mi alzo. Barcollo, devo sedermi di nuovo. "Ma che fighetta sei? Muoviti Fabri" e mi ritiro su. Prendo la bici in mano e inizio a scendere a piedi. Ho paura, tremo tutto, il sentiero per arrivare a Claviere è non solo esposto, ma anche terribilmente sdrucciolevole.
Salgo finalmente in bici e punto le due auto bianche come unico segno che comprendo in questo mare di pietre infinito come indicazione di dove devo passare.
"Fermati". "Ok mi devo ritirare vero?". "No, ma dimmi come ti chiami? Quando sei nato? Dove?" Rispondo per mostrare al medico che ci sono ancora con la testa. "Ascolta, da qua se ti impegni in due ore sei a Sestriere, cosa vuoi fare?". Guardo il Garmin, segna dieci ore e un minuto "Dimmi la verità: se ci vogliono quattro ore mi fermo, ma se davvero posso farcela in due io continuo". "Mi dirai stasera se era vero, adesso vai".
Vedo la funivia di Cesana, vedo delle casacche rosse dell'Iron, vedo il medico di prima. "Sei già qui? Vuoi dell'acqua fresca? Dai sbrigati che ci stai dentro".
Seduto sulla funivia, da solo, mi guardo attorno, guardo lo Chaberton e chiamo Elena. "Sono distrutto love, ma ci provo".
Vedo Sestriere dall'alto, a forza di pedalare e spingere sulle rampe più dure, sono arrivato. Il tempo massimo di 12 ore, devo farcela in 12 ore, spingi Fabri, cazzo spingi che manca un minuto. E' quasi buio, sono le venti passate. Entro in piazza e sbaglio strada "No, no, devi andare di la". Giro la bici, riparto, spingo pianissimo che non ho più alcuna energia e dolori tremendi ovunque. 
Passo il traguardo: il Garmin segna 12 ore e 27 secondi. Ventisette maledetti secondi di troppo. Vado da Fabrizio, il grande capo dell'Iron. "Senti sono arrivato 27 secondi dopo" "Ma no, non è possibile dai". "Però ho tirato su tutte le carte di barrette e gel che ho trovato sullo Chaberton, guarda" e gli mostro lo zaino pieno. Non potevo sopportare che un posto così potesse rimanere sporcato dall'idiozia di chi deve fare classifica.
"Adesso ci penso, ma per questo ti dico che sei già mezzo dentro" e mi sorride. Non smetterò mai di ringraziarlo.





Sono seduto in seggiovia. Mi scivola l'intero respiro del mondo addosso. Ce l'ho fatta, sono arrivato a Sauze, sono gli ultimi momenti della mia Iron. Mi sale un mare di emozioni ingestibile. Troppo forte per reggerlo, devo chiudere gli occhi. Ogni fatica di questi pazzeschi otto giorni di montagne troppo dure da scalare e troppo dure da scendere, sembra scivolare via come gocce d'acqua sulla mantellina. Ho scalato oltre 25mila metri, gran parte a piedi su sentieri impensabili. E li ho scesi su tracce da camosci, con le mani tremanti e la fauci secche per la paura. Ho pianto e riso, mi sono esaltato e demoralizzato totalmente, ho amato i miei amici come mai, ho pensato a lei a casa sempre, ai miei ragazzi, ho montato e smontato la tenda, dormito male e bene, bevuto e mangiato qualsiasi cosa potessi ingerire, senza mai digerire e sempre con l'acido allo stomaco, sono caduto e ho sceso esaltandomi sentieri pazzeschi e fantastici, ho visto posti intatti e incantati, ho avuto tutto, tutto.
La seggiovia sale e io continuo a tenere gli occhi chiusi. Non vedevo l'ora che questa sofferenza infinita finisse, nel mio corpo devastato, e ora vorrei non finisse mai. La caviglia è gonfia e pulsa dopo la caduta del terzo giorno, le piante dei piedi bruciano come avessi il fuoco nelle scarpe, l'anca e la coscia destra sono tumefatte per la caduta di ieri dallo Chaberton.
Eppure vorrei che non finisse mai, eppure non vedo l'ora di arrivare e festeggiare. Scendo dalla funivia e non vedo nemmeno Elena. "Fabri, sono qui". Sorrido, sono in un'altra dimensione. La abbraccio forte e mi metto a piangere.

Dopo l'ultima discesa a Sauze solo la festa, immensa, esagerata. Pacche e complimenti, abbracci con il cuore in mano.
Non ce l'avrei fatta senza di voi, Andrea Segreti Cicloandrea e Marco Benetel il Pres. Otto giorni assieme, nei fatti più di una vita intera. Vi voglio bene, veramente.


BikerForEver